Potevamo fondare una squadra di calcio, invece abbiamo fatto un progetto editoriale

Questa è una storia di ansia, come tutte le storie più belle.
Inizia con 18 individui combinati casualmente, 18 individui con bagagli culturali diversi, percorsi diversi, storie diverse. Non 18 amici, ma 18 persone che si sono ritrovate a condividere un percorso e a passare insieme gran parte delle loro giornate.

5 di questi 18 individui, una mattina di inizio marzo, hanno condiviso una macchina per smezzarsi la benzina.

1 di questi 5 individui (io) era, appunto, in preda all’ansia più totale per un discorso che avrebbe dovuto tenere di lì a poco.

L’ansia è una mia compagna fedele. Mi aveva tenuta sveglia tutta la notte precedente e io avevo passato quelle ore di veglia a guardare Good Girls Revolt su Prime Video per poi scoprire, alla fine della prima stagione, che era stata cancellata e non avrei mai saputo come diavolo andasse a finire. Colpa mia per non essermi informata prima? Probabilmente, ma ci frega poco. Avevo riversato tutta la mia indignazione su carta, scrivendo una recensione abbozzata di quella che era una serie carina ma amputata, tanto per tenere la mia Buona Amica Suprema a bada per qualche altra ora. Avevo scritto, l’avevo salvato sul Desktop e fine.

In quella macchina, con le parole del discorso che mi vorticavano in testa insieme alla certezza ineluttabile del fallimento imminente (spoiler alert: il discorso è andato bene, alla fine), quella recensione ha acquisito improvvisamente un’importanza assoluta. Era carina come recensione, in fondo, forse avrei potuto pubblicarla da qualche parte. Forse avrei potuto aprire un blog, caricarcela sopra e spammarlo ai miei contatti di Facebook. Però aspetta, questo lo fanno tutti. Un blog è banale e arronzato, e io volevo fare le cose per bene. Volevo scrivere di serie tv, ma anche di libri e di film, e del fatto che Scorsese dice che se guardo Netflix sul telefono sono una bestia immonda (fight me, Martin, non sei mia madre).

Volevo farlo bene, volevo farlo in grande. Avevo questo progetto ingombrante quanto la mia ansia che, chiaramente, non sarei stata in grado di portare avanti da sola.

Se solo avessi avuto a disposizione una squadra di persone con cui non avevo niente in comune, se non l’ossessione per il raccontare. 

Mi sono voltata verso i sedili posteriori.

«Raga. E se aprissimo un blog in cui scriviamo cose?»

«Che cose?»

«Boh, cose. Cose che abbiamo letto, o visto, o che non vedremo mai perché ci fanno schifo a prescindere. Ci scriviamo tutti perché, cavolo, tutti insieme copriamo praticamente tutto lo scibile umano.»

«Tutti cioè noi cinque?»

«Tutti cioè tutti e 18.»

«Si può fare, ma in 18 mi sembra assurdo. Non riusciremo mai a gestirci tutti.»

«Lo so, ma intanto diciamolo. Tanto mica saranno tutti d’accordo a farlo?»

Ovviamente sono stati tutti d’accordo.
La prima e ultima volta.

Sono seguite riunioni noiose, diatribe inutili, discussioni e liste su liste di nomi che non sembravano rappresentarci in nessun modo. Alla fine (dopo tre mesi, e non sto scherzando) ci siamo accordati su Typoes, scritto proprio così, con un typo all’interno del nome stesso. Ci piaceva l’idea di un errore dichiarato, lì in bella vista, un po’ per togliere eventuali ansie di prestazione: se piazziamo un errore già nel nome, non possiamo fare niente di peggio, no?
Abbiamo rimandato l’uscita almeno 5 volte perché questa è una storia d’ansia e noi non ci sentivamo pronti, perché Typoes doveva essere una cosa grandiosa e fatta bene, dall’aria professionale quanto i titoli redazionali che ci eravamo affibiati.

Alla fine, in un pomeriggio in cui faceva un freddo porco e avevamo tutti l’umore a terra, ci siamo detti che, cazzo, facciamo partire sta cosa e vediamo dove va a finire.

Ed eccoci qui.

Quello che troverete su Typoes sono, principalmente, opinioni.
Su libri che abbiamo letto, film che abbiamo visto, serie che abbiamo guardato in una sola notte come fossero un lungometraggio della durata di sette vite e mezzo. Su cose che ci piacciono e su cose che ci hanno fatto cagare da morire. A volte saremo d’accordo tra di noi, altre volte invece assolutamente no, perché 18 teste sono tante e 18 voci diverse, inevitabilmente, cozzano tra di loro.

Insomma. Scriveremo tanto, ci lamenteremo, faremo gaffe clamorose e litigheremo, litigheremo, litigheremo. Litighiamo già adesso su cose di estrema importanza, tipo l’uso dei punti esclamativi nei post di Facebook («Messo lì mi sa di felicità, e io non sono per niente felice al momento»).

Sarà bello, però. Su questo siamo d’accordo.

(Non tutti, facciamo 15/18, ma gli altri sono pronti a ricredersi).

Direttrice editoriale
Bevo troppi caffè e non dormo abbastanza. Da grande farò la viaggiatrice nel tempo, intanto ho studiato Editoria e Pubblicistica perché chiaramente indispensabile per la guida del Tardis. Spargo commenti sarcastici e cinismo per poi piangere se sento Moon River. Chandler Bing è il mio patronus.

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