Quella volta che ho capito i piemontesi

Quando ho sentito per la prima volta l’espressione “solo più”, ero arrivata a Torino da pochi giorni e naturalmente stava piovendo. Da buona siciliana ero in coda al panificio. Ero fradicia per la pioggia e la giovane donna dietro al bancone, si dispiaceva ulteriormente per la mia condizione perché mi servivano due panini. – Ma ne ho solo più uno – rispondeva. E sono tornata a casa, con il mio unico panino in borsa.

Dopo meno di un anno mi ritrovai a leggere “…pensava solo più che i suo passi lo portavano a lavorare…”. Ero tornata a Palermo per le vacanze, faceva ovviamente caldissimo e stavo leggendo La paga del sabato di Beppe Fenoglio.

Mi ero scesa (vi prego, fatemelo dire) un po’ di Piemonte a casa.

Quel pomeriggio caldo mi accorsi però che non stavo semplicemente leggendo, era qualcosa di più: era leggere un film o guardare un libro. Le scene ben calibrate, le inquadrature precise, i dialoghi veloci, asciutti.

Fenoglio sottopose La paga del sabato alla casa editrice Einaudi nel 1950, Calvino ne criticò il linguaggio trascurato e Vittorini lo giudicò un cartonaccio cinematografico. L’autore ammise di essersi preso una cotta per il neoverismo, rinunciando così al romanzo e ricavandone due racconti dai primi capitoli. Venne pubblicato dopo quasi vent’anni e Fenoglio non c’era già più.

Beppe Fenoglio
Beppe Fenoglio (ph. Centro Studi Beppe Fenoglio)

Io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra. Ricordatene sempre che ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato, mi ha rotto l’abitudine a questa vita qui.

Sono proprio le parole di Ettore, il protagonista, a riassumere la sua storia. La paga del sabato vuole raccontare di un giovane di ventidue anni che, tornato dalla Resistenza, non sa più come vivere, è un disadattato.

Italo Calvino, nonostante il giudizio negativo sull’opera, riconobbe che Fenoglio era in grado di centrare situazioni psicologiche particolarissime con una sicurezza davvero rara.

E così il padre e la madre di Ettore, Vanda, la donna che ama, e Bianco, ex partigiano come lui, abitano queste pagine con innocenza e astuzia, reato e destino, la vita, la guerra e ogni piccola, meschina contraddizione umana.

L’amore è quasi sempre arrabbiato, violento e la libertà sembra essere una grossa fregatura. In queste condizioni l’uomo, Ettore, non sa più come esprimere le cose che prova, per questo ogni abbraccio alla madre è doloroso come una violenza (“la prese per le spalle, nascose la faccia nei suoi capelli vecchi, lei lottava e puntava le ginocchia, gridava”) e l’amore con Vanda è prepotente (“Non riuscivano a staccar le mani, si facevano male per non lasciarsi andare, poi si staccarono con una specie di strappo”).

Fenoglio ha raccontato per primo, onestamente e con semplicità, la condizione morale di una generazione: i giovani ex-partigiani.

È così Fenoglio: attaccato al presente e malinconico nella stessa pagina. E quel pomeriggio a Palermo mi sono chiesta se non fosse anche questo un piemontesismo, un tratto caratteriale: quel contegno che non è indifferenza, la dignità nelle situazioni avverse e la felicità invece, toccata lievemente, con diffidenza, come qualcosa che preannuncia un tradimento.


La paga del sabato Beppe Fenoglio

Titolo: La paga del sabato

Autore: Beppe Fenoglio

Anno di pubblicazione: 1969

Casa editrice: Einaudi

Collaboratrice
Invento storie, scrivo con la bic verde, friggo quello che posso. Sono felice al mare, in cartoleria e al ristorante. Mi piacciono i divani, le to do list e l'odore della carta. Ho tre librerie, due lauree e un romanzo nel cassetto. Somiglio al caffè, al biglietto aereo Palermo-Torino, alle colazioni salate al mattino. C'è dell'altro? Certo che sì!

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2 Comments

  • Alessandra , 12 Dicembre 2019

    Sei anche un bel modo di cominciare la giornata! e fai venire voglia di leggere le cose che racconti!

  • Marianna , 12 Dicembre 2019

    Visto così, il “solo più” mi infastidisce un po’ meno del solito 😉

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