La finestra di Stoner

Per un lettore granitico come il sottoscritto – granitico nel senso di emotivamente solido, immune da scivoloni lacrimevoli – quei due laghetti che mi facevano brillare gli occhi alla fine di Stoner di John Williams erano una sconfitta.

Che lo abbiate letto o meno (non esiste spoiler: in questo libro già dall’incipit si sa come tutto andrà a finire) mi sembra opportuno riflettere sulla potenza narrativa di un dettaglio che fra poco vi dirò.

Prima però partiamo da ciò che di questo libro mi ha amorevolmente tramortito: una domanda. Può tramortire una domanda?

Negli ultimi istanti della sua vita un professore di letteratura inglese dell’Università del Missouri, William Stoner, contempla fuori dalla finestra della sua camera tre coppie di ragazzi che camminano leggeri sull’erba, quasi senza toccarla, senza lasciare traccia del loro passaggio.

Stoner sta ripensando al suo lieve passaggio nel mondo, che probabilmente non lascerà traccia, e per ben tre volte si chiede:

Cosa ti aspettavi?

Domanda che come un pugno inatteso mi ha colpito dritto nel plesso solare, lasciandomi esanime per cinque minuti. Domanda che spero non mi si presenti mai o, perlomeno, non quando ormai è troppo tardi.

Eppure John Williams me lo aveva detto fin dalla prima pagina che quella di Stoner in fondo non era una vita da cui aspettarsi granché (lo stai forse anche insinuando della mia, eh, John?); io, però, come un fesso, ci sono cascato ben due volte. E per fortuna ho continuato a leggerlo.

Cosa ti aspettavi, Andrea? [J. E. Williams]

Arrivo alla finestra. Sì, la finestra (ne ho già nominata una, ve ne siete accorti?): è questo il dettaglio che più mi sta a cuore. Ebbene, dopo aver completato il delicatissimo ma lacerante libro, continuo a essere turbato – causa forse il mio passato da geometra – dall’immagine di questo basilare elemento architettonico. 

La prima volta in cui una Finestra (sì, F maiuscola) si presenta è alla fine del capitolo undici. Stoner è in un momento di crisi e inizia qui a udirsi, come un flebile martellio di rullante (e nell’ultimo capitolo come una violenta percussione di grancassa), la domanda: la mia vita è degna di essere vissuta?

Accade così che in perfetto tempismo una notte, solo nel suo ufficio buio, Stoner si protenda verso la finestra aperta. Non c’è alcuna siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, ma una vista aperta e limpida. Mentre contempla il cielo terso e lo spesso manto di neve a terra, è come se Stoner uscisse fuori da se stesso e dalla stanza e si osservasse attraverso la finestra. È forse la prima volta del libro in cui Stoner si vede veramente: la finestra ribalta la visuale e si trasforma in uno specchio.

Ma presto arriva il diciassettesimo capitolo, in cui c’è la Finestra delle finestre, da cui non è possibile fuggire. La mia perversione analitica mi ha fatto contare esattamente il numero di volte in cui in questo capitolo Williams fa riferimento (implicito o esplicito) alla finestra della camera da cui Stoner guarda il giardino. Sono dieci, in sole dodici pagine. Una di queste è quella che ho citato all’inizio; ma arriviamo all’ultima.

Stoner, docente ormai in pensione, sdraiato sul letto, ha appena afferrato dal suo comodino un libro dalla copertina rossa, consunta. È il suo libro, scritto da lui, ormai dimenticato, non più utile a nessuno e probabilmente non lo è mai stato. Mentre scorre con le dita sui caratteri sbiaditi dal tempo, sente un fremito: c’è ancora un pezzo di lui lì dentro, un pezzo che resterà. E in quel momento:

La luce del sole, attraversando la finestra, brillò sulla pagina e lui non riuscì a vedere cosa c’era scritto. 

Stoner è un uomo di lettere. Per tutta la sua vita l’università è stata il suo rifugio, il luogo protetto per ricercare nei libri la Verità, il Bene, il Bello. Adesso però la parola ultima viene dalla finestra, a cancellare tutte le altre parole che ormai, di lui, non possono dire più nulla. 

Arrivato a questo punto del libro ho iniziato a riflettere sull’importanza della luce, delle finestre e della letteratura nella mia vita. L’immagine che mi si è materializzata in testa è quella della mia vita come una stanza ordinaria, senza arredi di particolare pregio, e la letteratura come una luce prorompente che a volte riesce a illuminarne gli angoli più oscuri e banali, dando densità e consistenza ad alcune domande che come pulviscolo polveroso la invadono in tutte le sue dimensioni.

Luce di parole che spesso è talmente forte da disgregare le parole stesse, diventare energia e interagire con la parte più intima di me.

Luce che, però, da qualche parte deve pur entrare. Per me è stata Stoner la finestra giusta. 


Stoner di John Williams

Titolo: Stoner
Autore: John Williams
Editore: Fazi Editore
Pagine: 322
Prima pubblicazione italiana: 2012

Collaboratore
Fisico, Data Scientist, Interista. Scrivo per frenare la deriva caotica del mio cervello, come un bimbo che soffiando prova a liberare una nave dal mare in tempesta.

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