Un nuovo Pinocchio?

Il 30 dicembre ero a Sarzana con la mia ragazza. Erano le dieci e le vie erano vuote, sembrava di stare in una città fantasma. Le ho detto Che film guardiamo? Mi ha risposto Pinocchio.

Arriviamo davanti al cinema, entriamo, un caldo confezionato è il primo sollievo per le mie mani gonfie e arrossate dal freddo.
Dico Due per Pinocchio. Risponde Sono 16 euro, la sala è la 1. Penso che tutto sommato questi rapinatori si sono fatti più garbati ed entro in una sala triste, con poltrone rosso slavato e illuminazione funebre. Dico Ottimo, questo è il posto perfetto per guardare un film di Garrone e dopo giocare alla roulette russa con una rivoltella carica.

Il nuovo Pinocchio

Pinocchio è una storia che mi è sempre piaciuta, ci sono cresciuto, l’ho letta così tante volte da aver sgualcito il libro. Da bambinetto avevo il terrore che a dire le bugie mi sarebbe cresciuto il naso, e che se avessi preso una nota o un brutto voto a scuola mi sarebbero venute le orecchie da somaro. E ora sono al cinema, a vedere la mia fiaba preferita messa in scena dal regista che con Dogman si è definitivamente conquistato un posto nel mio cuore.

Dopo una serie infinita di pubblicità anni ’90 di attività locali, di quelle che sembrano fatte con Windows Movie Maker, finalmente inizia il film. Sono emozionato.

La prima inquadratura mi sussurra lo splendore degli scenari a venire. Taglio: vedo la figura di un vecchio concentrato su qualcosa, sento il rumore di martello e scalpello, poco dopo li vedo, e mi aspetto l’opera di un falegname; invece la macchina da presa si solleva con calma e inquadra il volto di Geppetto, intento a scavare la buccia di una forma di pecorino con la minuzia propria di chi non ha. La mia ragazza dice Ma è Benigni? Le dico Sì, e sento qualcosa, da qualche parte, dietro lo sterno che si incrina. Vederlo dopo tanto tempo di nuovo sullo schermo, così invecchiato, mi fa sentire addosso il peso di anni che non ho, mi fa rivivere un passato che non è mai stato, e profuma di casa. Dopo poco fa la sua entrata in scena Pinocchio: subito mi fa strano vedere l’aspetto che hanno deciso di dargli, mi lascia confuso l’espressività di quegli occhi così umani in contrasto con la maschera così realistica e cartoonesca al tempo stesso, stride ma lo fa in maniera così naturale che mi abituo subito, come se Pinocchio avesse sempre avuto quell’esatto aspetto e semplicemente non lo vedessi da un po’.

La prima parte della storia se ne va spensierata, ignorante delle disgrazie a venire, presa per mano e condotta da un fantastico Benigni, che riveste alla perfezione il ruolo di genitore costretto a fare dei sacrifici pur di non far mancare nulla al figlio, nei limiti del possibile. E poi Pinocchio decide di entrare a vedere lo spettacolo dei burattini, compare un roboante Gigi Proietti nei panni di Mangiafuoco che lo prende con sé, e iniziano le mille avventure del protagonista. Penso Ora finalmente si scoprirà il vero volto del film, calerà sulla narrazione la cupa mano di Garrone, come un’ascia, e ci regalerà un Pinocchio tutto nuovo. Autoriale. Autorevole.

Quella che arriva, invece, è un’indigestione di eventi: un rapido passaggio da un accadimento all’altro scandisce la storia, lenta ed incalzante, secondo un movimento ossimorico che lascia insoddisfatti. Nonostante le quasi due ore di film non c’è un momento per potersi immergere nella storia, gli unici appigli che ci vengono dati sono gli scenari sbalorditivi e la musica, che si rivela una perfetta compagna di viaggio.

La fotografia così splendidamente cupa, trappola perfetta per i più adulti, fa a cazzotti con i dialoghi, ermetici come un cartellone pubblicitario, chiaramente volti ai bambini.

Alla fine del film sono così insoddisfatto da sentirmi a disagio. Non riesco a dare un giudizio sul film. Noto l’abilità nella scelta del cast: Benigni, Papaleo, Ceccherini, Proietti e perfino la nuova Marine Vacht; tutti ricoprono perfettamente il ruolo per il quale sono stati scelti, vestono i panni dei loro personaggi come una seconda pelle. Noto l’abilità, come ho detto, nella fotografia, nella scelta dei luoghi e della musica. Eppure sono atterrito. Quella mano cupa che tanto aspettavo, non la sento; se chiudo gli occhi e ripenso al film, non mi torna in mente il volto di Garrone.
Nonostante quegli scenari così suggestivi e quella fotografia così evocativa mi abbiano riportato con la mente ai viaggi estivi nei paesini sperduti di Puglia e Basilicata da cui vengono i miei genitori, non ha avuto la capacità di concretizzare quel potenziale emotivo in una storia nuova, densa, personale.

Nel complesso, e nonostante tutto quel che ho detto, è un film che farei vedere ai miei figli, se ne avessi, e che io stesso probabilmente riguarderò fra qualche anno.

Collaboratore
Ho 24 anni, una mini conifera che si chiama Mario e se fossi un pokémon sarei Alakazam. Leggo libri, guardo film, faccio binge-watch di serie tv e ascolto tanta, tanta, tanta musica (il mio 2019 Spotify Wrapped recitava "92.541 minuti ascoltati", perché socializzare è overrated). Nel tempo libero mi arriccio i baffi.

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