Io e Paolo

La scrittura di Paolo Cognetti secondo me

È inutile girarci intorno: amo la scrittura di Paolo Cognetti e ogni libro letto finora me lo ha confermato. Vorrei diventare una cosa sola con le sue pagine. Ecco, l’ho detto.

L’ho scoperto per la prima volta ne Le otto montagne (Einaudi, 2017), vincitore del Premio Strega. Da brava appassionata di montagna mi sono lasciata condurre in cordata, insieme ai protagonisti Pietro e Bruno, attraverso sentieri e ascensioni, relazioni intricate e paesaggi straordinari dai quali trasudano le emozioni dell’autore. Cognetti non scrive, fotografa, dipinge immagini con le parole. Traduce in frasi ogni particolare delle sue escursioni; riproduce panorami fedeli che trasmettono il movimento di ciò che vede e sente.

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte.

L’anno dopo con A pesca nelle pozze più profonde (Minimum Fax, 2014) sono entrata nella bottega dell’artigiano. Ho ascoltato i segreti su come costruire un racconto attraverso quello che i grandi scrittori della letteratura americana ci hanno lasciato. Un punto di vista che mi ha aperto orizzonti nuovi sul mondo della scrittura come metafora della vita. Lo custodisco gelosamente sul mio scaffale (non presto libri e mai lo farò, sappiatelo). Le ultime pagine sono dedicate a due meravigliosi racconti su Sofia che lì per lì decisi di non leggere finché non avessi spuntato dalla mia to read list su GoodReads Sofia si veste sempre di nero.

"A pesca nelle pozze più profonde" di Paolo Cognetti

Poco dopo mi sono dedicata a Senza mai arrivare in cima: viaggio in Himalaya (Einaudi, 2018), un diario di bordo, per capirci, in cui la semplicità delle sue parole, e delle immagini che queste evocano, ha un gusto familiare. Leggere le sue riflessioni è stato come ascoltare i pensieri di un vecchio amico, è stato bello ritrovarlo in quel viaggio, camminare con lui. Quando ciò che più preoccupa noi occidentali è essere in ritardo sulla tabella di marcia della vita conforta sentirsi dire: 

Impara che ben più prezioso della meta è il sentiero. Trova un senso in ogni passo.

Mi sono sentita chiamata a non perdere così il senso del grande viaggio che è la vita stessa: l’esperire.

E alla fine arriva Sofia si veste sempre di nero (Minimum Fax, 2012), dove ho seguito la maturazione della protagonista dalla tenera età fino all’emancipazione dagli affetti. In queste pagine ho percepito ancora più marcato lo stile minimal rispetto alle opere più recenti. Le descrizioni così semplici e realistiche mi suscitano un senso di immediatezza, vicinanza. Le parole, i concetti e le emozioni sono vivi, cambiano forma, si muovono dentro ai personaggi e di riflesso dentro al lettore. Finito il libro non ho potuto aspettare ancora, dovevo sapere cosa c’era scritto in quei due racconti di cui parlavo sopra. Ritrovare Pietro e Sofia insieme così uniti e così distanti allo stesso tempo toglie il fiato, ma non dico altro.

"Sofia si veste sempre di nero" di Paolo Cognetti

A questo punto, guardando al suo stile di vita, credo sia il caso di dire che Paolo Cognetti sia me in versione maschile, Premio Strega a parte, ovviamente. Per ora.

Collaboratrice
(Mi vergogno tremendamente, che disagio!) Mi chiamo Alice, ho 25 anni, ho una grande passione, quasi patologica, direi, per la scrittura, le escursioni in montagna, i cavalli e il mio cane Joy, una golden retriever che incarna il vero significato del nome. Ecco… Penso di aver detto tutto.

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