Il treno dei bambini, Viola Ardone

Un viaggio Napoli-Ancona per fidarsi di chi ci aiuta.

“Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. […] Quando farò dieci volte dieci, succederà una cosa bella, così è il gioco”.

Amerigo Speranza cammina di fianco a mamma, ai piedi scarpe usate con la forma di chi prima ci ha viaggiato di più; fanno male, ma sono quasi arrivati.

Quando entrano nel palazzo grigio e rosso la signorina Maddalena li accoglie, lei ha una scarpa buona e una bucata, si siede dietro a una scrivania e si mette a parlare. L’ha già fatto molte volte e non si son fidati tutti: Sono comunisti, gli tagliano le mani e se le mangiano, Se salgono sul treno li mandano in Russia a morire di freddo in mezzo al ghiaccio. È il 1946 e Antonietta Speranza, scarpe bucate, a queste cose non ci crede. Accompagnerà suo figlio alla stazione di Napoli, gli chiuderà bene il cappotto che l’Unione delle donne italiane gli ha regalato quel mattino, poi gli darà un bacio e seguirà con gli occhi i suoi, il vetro del finestrino che si fa opaco, la schiena del treno lento, e poi solo il fumo.

Quel che troverà nell’Alta Italia saranno scarpe sane (più un punto), il prosciutto con le bolle e il formaggio con la muffa, donne e uomini alti e rosei impazienti di chiamarlo fiòl.

Il treno dei bambini, Viola Ardone
Il treno dei bambini esisteva davvero, si chiamava treno della felicità e tra il 1945 e il 1952 ha portato nel Nord Italia circa 70mila bambini tra i sei e i dodici anni, figli di un Sud sofferente e ridotto alla miseria, che vennero accolti da famiglie volontarie disposte a crescerli e mandarli a scuola, ad amarli come figli.

Quando ho finto di leggere questo libro, ho dato un’occhiata alle sue scarpe e ho visto questo

Più uno, scarpe sane. 

Viola Ardone racconta l’Italia a metà degli anni Quaranta: che cosa vuol dire sollevarsi dopo la guerra, quanto questo abbia a che fare con gesti estremamente sensibili che è importante ricordare, come quello del PCI insieme all’UDI, che permise a circa settantamila bambini orfani o in condizione di estrema povertà di raggiungere le famiglie d’accoglienza in nord Italia, e passare l’inverno. Insomma, umanità da cui imparare un po’. 

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Niente punti, senza scarpe. 

Il libro è diviso in quattro parti, ad un certo punto arriva un cambio di prospettiva, ecco, non sono sicura che davvero funzioni: ho sentito una sorta di depotenziamento, forse perché è facile affezionarsi al punto di vista precedente e, quando non c’è, davvero manca; o forse perché è una parte tanto esigua rispetto al resto da sembrarmi quasi un’intrusa. 

Scarpe nuove, stella premio. 

Il treno dei bambini ha un punto di forza potentissimo: la voce di Amerigo. Viola Ardone riesce a essere schietto, dolce, ostinato bambino. Il piglio non si incrina, non scivola, è sempre affidabile lungo una storia dalla drammaturgia pulita, semplice come Amerigo.

Viola Ardone ha fatto dieci volte dieci: è successa una cosa bella, così è il gioco.


Il treno dei bambini, Viola Ardone

Titolo: Il treno dei bambini

Autore: Viola Ardone

Anno di pubblicazione: 2019

Editore: Einaudi

Collana: Einaudi Stile Libero Big

Collaboratrice
Non so dove metto i piedi: inciampo su pietruzze sottili come parole, radici, storie spontanee, sui libri che lascio sul pavimento. Raccolgo tutto. Ho studiato filosofia, non ho le idee chiare. Scrivo, leggo e cammino perché mi fa felice.

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