Tropicario Italiano e le nevrosi del viaggio

Partiamo dall’ovvio: questo è un bel libro. Ed è bello perché è proprio un bell’oggetto: avete presente quella storia del libro e della copertina? Qua c’è una corrispondenza totale.

Ma è anche un’opera complessa e ragioneremo per sottrazione, per cercare di arrivare a definire che cosa sia l’ultimo lavoro di Fabrizio Patriarca.

Tropicario Italiano non è un libro di viaggi; sì, ci sono i viaggi ma c’è molto altro. In questi racconti, che sono organizzati come un diario che diario non è, c’è una visione e una restituzione della realtà vista da uno sguardo laterale e molto profondo. L’autore si disvela e la sua famiglia diventa un topos narrativo: c’è una grecità profonda che li ammanta e che li vede protagonisti della narrazione.

Non è un libro semplice: è condito di pagine dense e richiede attenzione.

È un’opera attraversata da discorsi di altezza vertiginosa con cambi di prospettiva improvvisi, che ribaltano l’angolazione portandoti completamente da un’altra parte. Quello che immediatamente si riconosce è la capacità di trattare la lingua italiana: c’è quest’ipercitazionismo che mescola alto e basso ma non bisogna allontanarsi troppo, il racconto non è sulla citazione: è sulla suggestione che regala.

Protagonista, accanto alla lingua, è l’individuo il più alieno possibile: il turista. La figura di avventuriero confuso, un po’ goffo, si muove nelle cento e tot pagine toccando destinazioni sovraffollate, in copertina su depliant patinati.

Il libro non è sociologia o satira sociale.

Tropicario Italiano

Sono andata alla presentazione di Tropicario Italiano. Mi sono seduta in penultima fila, come sempre. C’erano le figlie dell’autore che disegnavano sdraiate a terra e qualche passo più indietro il padre si aggiustava gli occhiali e si preparava a raccontare.

Quello che segue è un passaggio, riportato con le mie distrazioni e mancanze, ma è un excursus molto bello che Patriarca fa nello spiegare l’ispirazione e la postura che assume in Tropicario:

«Mi sono sempre piaciuti gli scrittori di viaggio. Quelli di avventura, che fanno cose perché devono. La nostra tradizione attiene al viaggio. I viaggiatori del Novecento sono strani: alcuni sono fortemente idealizzati come Pasolini, che sono lì per confermare le loro idee. Gozzano è lì per ravvivare la prosa, per darsi un’altra postura sulla pagina scritta. Lui è l’ultimo romantico.
Il mio preferito è Giorgio Manganelli: lui è ispiratore del libro. Lui era un nevrotico che forse odiava viaggiare e quello che arriva sulla pagina è una vibrazione d’interferenza. C’è un fastidio che passa come virtuosismo espressivo. Quello che dava fastidio a Manganelli forse era Manganelli stesso.
»

Nei viaggi di Tropicario Italiano la fascinazione non c’è più. Sono viaggi a cui arriviamo tutti già preparati, raccontare il piacere della scoperta diventa quindi privo di senso. Al centro della narrazione sono gli imprevisti, gli incidenti, non la parte immaginifica. Le cose noiose insomma: i voli perduti e le piogge tropicali.

Il turismo è quindi diventato un’esperienza di consumo, una declinazione nevrotica del viaggio.

La sfida di Patriarca è quella di raccontare le cose più banali incartandole con un linguaggio che non è immediato.

Non è un libro triste, si ride tanto. Ma è anche uno spazio in cui è necessario imparare a coltivare la delusione. Nel turismo rimane ancora qualcosa dell’antica idea di viaggio quando l’esperienza ci lascia perplessi. Quando noi viaggiamo muoviamo tutta la nostra cultura lì: il turista si sente iniettato nei posti in cui va. E il turista diventa portatore sano di infezioni culturali. Il turismo ti può dare qualcosa nel momento in cui diventa incoerente.

Mentre le due bimbe iniziano a chiamarlo, Patriarca conclude così:

«Alcuni scrittori hanno un rapporto con la lingua particolare: il mio è un rapporto di fastidio, nausea rispetto alle categorie comuni, c’è in questa forma distopica quella vecchia agnizione del luogo inesplorato e impervio che per me è la pagina bianca. Lì è dove converge il viaggiare con lo scrivere»

Forse sono arrivata alla definizione: Tropicario italiano è un luna park per il cervello.


tropicario italiano

Titolo: Tropicario Italiano

Autore: Fabrizio Patriarca

Editore: 66thand2nd

Anno: 2020

Collaboratrice
Rebecca nasce sul mare e passa tutta la vita a volerci tornare. Quando non è ad asciugarsi i capelli studia lingue morte e si perde nelle gallerie d'arte, dimenticando dove ha parcheggiato la macchina. A Bologna andava ai concerti e mangiava tortellini, a Torino si sta ambientando col San Simone. Crede nel mare la mattina presto e nei ritratti di Modigliani.

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