Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese

il Buddha delle periferie

Ho pensato che non fosse il momento giusto per leggere Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi. È un classico della narrativa contemporanea e, quando arrivi a una certa età senza averlo letto, ti chiedi che cosa avrà da insegnarti ormai. Sono un lettore un po’ arrogante, lo ammetto. La cosa stupefacente è che mentre leggevo Il Budda delle periferie mi convincevo che non esistesse un momento sbagliato che, in qualsiasi momento della vita lo avessi letto, questo libro mi avrebbe detto qualcosa – qualcosa di diverso, ma credo qualcosa d’importante.

Un romanzo di formazione

Siamo negli anni Sessanta. Karim Amir è un adolescente che vive nella periferia londinese insieme ai genitori e al fratello minore. La madre è inglese, mentre il padre è un indiano musulmano, immigrato in Inghilterra anni prima, con un buon lavoro da impiegato e una improbabile fama come consulente spirituale per i londinesi borghesi e un po’ radical chic che desiderano avvicinarsi alla vita buddista. Tra questi c’è Eva, che lo aiuta a organizzare i suoi strani incontri di meditazione… con qualche secondo fine. A Karim non importa niente del buddismo e degli imbrogli di suo padre, però ha una cotta per Charlie, il figlio di Eva, che sogna di diventare una rockstar nella Londra del primo punk. Sembra che tutti i loro sogni siano destinati a naufragare negli ambienti stantii e razzisti della periferia, fino a quando il padre di Karim non decide di lasciare la moglie per andare a vivere in città con Eva, e per la prima volta si apre per Karim la possibilità concreta di una carriera da attore.

Eccolo qui, Karim Amir, diviso tra adolescenti che sembrano sapere esattamente quello che vogliono e adulti che si comportano da ragazzini. Alle prese con i compromessi dei giovani e i capricci dei genitori, mentre cresce e non può fare a meno di domandarsi se la persona che sta diventando è quella che avrebbe voluto essere.

È difficile parlare dei personaggi perché sono tanti e soprattutto perché sono tutti, in un modo o nell’altro, rilevanti. È come se ogni personaggio cercasse a modo suo di barcamenarsi tra la fuga da uno stereotipo e l’inevitabile aderenza della vita a delle immagini già date e riconosciute, e forse grossolane, ma necessarie. Sembra che nel corso della storia appaiano tutti: dall’inglese borghese e hippy, all’immigrato nostalgico, omosessuali freak, attiviste femministe, fama a New York, giochi di potere, matrimoni combinati, attori disinibiti, mogli sottomesse, adolescenti che cercano e cercano disperatamente qualsiasi cosa valga la pena di essere cercata – droga, sesso, soldi, fama, futuro, significato, tutto quanto.

Karim guarda il mondo coi suoi occhi e si guarda dall’esterno con il filtro di una cultura che è la sua, ma che lui non sente profondamente sua. Un perbenismo cosmopolita gli impedisce di raccontarsi per quel che è, perché la sua storia e la storia della sua famiglia rischiano di sfociare in uno stereotipo che si vuole abbattere – anche quando l’ironia amara delle cose risiede proprio nella loro somiglianza a vecchi stereotipi. È così: a volte per fuggire dagli stereotipi si può finire per fuggire da sé stessi.

Un romanzo sull’appartenenza

Ci ho pensato su, e non riesco a capire se Il Budda delle periferie ha più del romanzo politico o del romanzo storico (sì, anche perché è uscito per la prima volta nel 1990). Certo è che si tratta del romanzo d’esordio di un Hanif Kureishi già maturo e piuttosto famoso come drammaturgo. Un Hanif Kureishi di madre inglese e padre pakistano. Mi sembrava rilevante.

Hanif Kureishi, autore di Il Budda delle periferie

 

Hanif Kureishi / immagine dal web

Quello che tutti i suoi personaggi sembrano fare è cercare l’equilibrio tra l’appartenere e il loro sentirsi stranieri. Lo fanno con amore e odio, partendo per un nuovo continente o ritornando a quello vecchio, nel contrasto tra ciò che la coscienza suggerisce e la nostalgia di quella che, nonostante tutto, chiamano “casa”.


E noi corteggiavamo le bellezze inglesi come corteggiavamo l’Inghilterra; perché disporre di quelle meraviglie, di tanta grazia e dolcezza, ci permetteva di guardare in faccia da pari a pari l’Impero e tutta la sua arroganza […]. Diventavamo parte dell’Inghilterra pur restandone orgogliosamente fuori. Ma per essere veramente liberi dovevamo prima disfarci di tutta l’amarezza e il risentimento. E com’era possibile se l’amarezza e il risentimento rinascevano giorno dopo giorno?


Il Budda delle periferie oppone sempre qualcosa a qualcos’altro: le nazioni, i generi, le generazioni, la realtà e l’apparenza, la periferia e la città. Penso che, insieme a Karim Amir, le contraddizioni siano protagoniste di questo romanzo.

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