Di vecchi, chiese e paesini

La quarantena può giocarti brutti scherzi se quello che vuoi è evadere il più velocemente possibile e per farlo cerchi un romanzo magnetico, dalla trama avvincente, ritrovandoti in mano L’apprendista di Gian Mario Villalta. Sì, perché questo è un libro che non trascina con forza ma in cui bisogna stare, con pazienza e lentezza. E forse, in quarantena, “stare” è l’ultimo dei verbi che vorresti sentirti dire.

Se la domanda è come Villalta abbia dato origine a questo romanzo, allora la risposta è proprio stando (con l’immaginazione) accanto al settantenne pensionato Tilio, ai suoi primi impacciati movimenti con le candele in una freddissima chiesa di un paese di provincia del nord-est. Subito dopo, forse per opposizione, ha preso vita Fredi, l’ottuagenario sagrestano di cui Tilio è appunto apprendista.

Essendo l’arte che Fredi deve tramandare a Tilio quella di accompagnare la liturgia e amministrare una chiesa, capiamo presto che, oltre a trovarci di fronte a una delle coppie più atipiche che si ricordino in letteratura, dovremo fare molta attenzione ai singoli sguardi, ai silenzi e ai sospiri, a ogni movimento di scena perché sarà intriso di significato.

l'apprendista
Gian Mario Villalta, candidato al Premio Strega 2020 con L’Apprendista
[Immagine da raicultura.it]

Ma quello che dopo un po’ di pagine iniziamo ad apprezzare di più è il sapiente e progressivo srotolarsi del passato dei due personaggi. Di Fredi, scorbutico e dogmatico, fedele alla sua chiesa e ai suoi riti, non troppo incline a farsi domande scomode, scopriamo i precedenti da ufficiale, promesso sposo, missionario in Giappone; di Tilio, invece, ex operaio, vedovo, non credente inquieto e sempre pronto a fantasticare sulle cose, sono rievocate le difficoltà di accudire una moglie malata, un’altra ambigua relazione sentimentale, il rapporto conflittuale col figlio.

I due si ritrovano a interpellare un passato pieno di dubbi aperti, provando a mettere ordine, sistemare tutto, ma tutto invece si frantuma, lasciandogli in mano un pugno di polvere. E in una continua inversione di ruoli, come con un boomerang, da interrogatori si ritrovano interrogati: è anche il passato a domandargli se sono ancora in tempo per cambiare, se hanno scoperto – ammesso che esista – un modo di prepararsi al meglio alla morte. La vicinanza al termine ultimo fa sorgere quesiti nuovi che, soprattutto in Tilio, cercano nuove risposte nell’interpretazione delle Scritture, pur lui dichiarandosi privo di fede.

Per Tilio, inoltre, il passato sono nomi, luoghi e volti del paese in cui ha sempre vissuto – paese che con lui, tra l’altro, è stato anche cinico e spietato nella maldicenza. La sua immersione nella memoria diventa lo spaccato di una società («Tu non sei mai stato una persona, sei stato tutto un paese») e un tentativo di tenerla in vita: i negozi chiudono, la modernità incombe e chi torna è uguale a quando è partito, perché tutti i posti adesso sono uguali. Quelli come Tilio, ormai, sono quasi tutti al cimitero. Se Tilio è sempre rimasto, Fredi invece è scappato e poi tornato senza forse mai ritrovare una casa. Perché la chiesa, che forse un po’ potrebbe esserlo, in fondo non gli appartiene, è soltanto un luogo di passaggio.

l'apprendista

Ritratto del Pennati (Il sagrestano)
[Llewelyn Lloyd, 1943, Olio su compensato]

La lingua di Villalta è precisa nelle immagini che delinea, emotiva ed essenziale proprio perché molto vicina ai personaggi. È un flusso che, se in un primo momento può confondere, poi riesce ad accompagnare il lettore in profondità senza però volerlo trattenere con forza ancorato alla pagina. In questo flusso emergono alcune scialuppe a cui il lettore si aggrappa con serenità. Una di queste è la letizia del cuore, il chiodo fisso di Tilio (compare dodici volte nel romanzo): ne ha sentito parlare in chiesa da un teologo e non può smettere di pensarci.

A Fredi manca la letizia del cuore, adesso Tilio sa come si chiama quella cosa che lui conosce bene, quella cosa che lo ha fatto tornare. Non è soltanto il fatto che sono soli. E che non sono disperati. Ci sono molte persone sole e disperate perché sono sole. Lui e Fredi, questo aveva capito subito, erano soli ma non erano disperati, sapevano dare ordine alla giornata, avere pensieri per ogni cosa, ma avevano perduto la letizia del cuore. Non potevano fare nulla l’uno per l’altro, se è per questo, non c’erano dubbi, ma si erano incontrati.

È la letizia del cuore quella che lui ha scoperto, capisce Tilio, e che manca a suo figlio e a Fredi. La sua assenza è forse connessa alla morte di alcuni valori – compassione, senso di comunità, carità e disaffezione al denaro – con cui un tempo la chiesa era in grado di educare i suoi fedeli. Sfibrandosi i legami umani e valoriali attorno alla chiesa, soprattutto nei piccoli paesi di periferia, adesso c’è il vuoto.

È quasi commovente che il senza-fede Tilio alla fine sembri trovare la letizia del cuore anche interrogando quel Vangelo in apparenza semplice ma con il potere di «rivoltarti come un guanto». Ciò di cui diventa consapevole è di voler occupare l’ultimo posto senza falsa umiltà, il posto di amico e apprendista di un ottuagenario sagrestano.

Immagine di copertina rielaborata da qui e qui.


Titolo: L’apprendista
Autore: Gian Mario Villalta
Editore: SEM Libri
Anno di pubblicazione: 2020

Collaboratore
Fisico, Data Scientist, Interista. Scrivo per frenare la deriva caotica del mio cervello, come un bimbo che soffiando prova a liberare una nave dal mare in tempesta.

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