I leoni di Sicilia

«I leoni di Sicilia».

Ho sentito pronunciare queste quattro parole da Qualcuno tempo fa. E, in una giornata nordica affollata di grigio, si è aperta, come un sipario, davanti ai miei occhi la piazza color sabbia del Teatro Massimo di Palermo. Con i due leoni bronzei posti ai fianchi della scalinata centrale del teatro che sale, sale, sale su al cielo, poggiandosi su sei colonne corinzie che urlano alla città: L’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita .
«È il libro di Stefania Auci. La saga dei Florio», Qualcuno ha continuato.

Clìn*

Non è vero. Questo non è un semplice libro.
È un museo. Un libro-museo. Dove scopri il passato e senti l’odore del futuro.
Entriamo.

C’è silenzio, è come essere a casa. Fuori, oltre il buio che s’incunea nella notte calabrese, si sente il mare di Bagnara. Il pavimento sotto di noi però scricchiola, l’ingresso che ci accoglie è tremolante. Trr … troppo trr … tremolante, una scossa dopo l’altra crolla. Crak. C’è stato il terremoto.
Quell’urlo della terra ci fa scattare avanti.
Rifugiamoci in un’altra stanza.

Una lama di luce si fa largo. Fuori c’è sempre il rumore del mare, ma siamo in Sicilia, adesso. È l’inizio dell’Ottocento e dentro agli odori di cannella, pepe, cumino, anice, coriandolo, zafferano, sommacco, cassia prende forma Palermo. Si svela dal porto, si stringe sulle strade, entra nelle finestre, raggiunge il bancone degli aromatari, che con le spezie mica ci cucinano e basta. Ci fanno farmaci per curare la gente, cosmetici per rendere più belle le donne, profumi per addolcire gli ambienti, veleni per spegnere il malocchio e le invidie. Perché se sei forestiero a Palermo di invidie ne hai tante addosso e per andare avanti – tu che sarai sempre un intruso – ti serve tanta buona fortuna.

Addentriamoci.

Stanze di stanze e, in ogni stanza, un terrazzo.

Affacciamoci.

Sbuchiamo su un’insenatura a forma di cuore, stretta tra due lingue di terra. Davanti a noi, cupole di maiolica, torri merlate, tegole. Ce le ha messe l’autrice per costruire davanti ai nostri occhi la Cala.
Sono luoghi che scorrono come gli anni. È l’estate del 1810, la primavera del 1828, l’inverno del 1852, l’autunno del 1869. Lungo il tappeto del tempo ricostruiamo l’albero genealogico della famiglia Florio. Che è esistita davvero, eccome se è esistita!

Dentro a questo romanzo-museo basta mezza frase per cogliere come una margherita il significato di un discorso intero. E tra una riga e l’altra, nell’intimità delle dinamiche familiari, scorre la storia di un’epoca. Ricostruita fedelmente.
Così, sulle pagine tocchiamo le gocce di sudore della fronte di Paolo e Ignazio Florio, che trasformano una piccola bottega di spezie nella migliore attività commerciale della città e poi del regno, fino a diventare padroni anche del commercio di zolfo, proprietari terrieri, fondatori di una compagnia di navigazione, creatori di Casa Florio e delle cantine del vino più degno della tavola di un re: il Marsala.

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E tocchiamo parallelamente il sangue di chi ha scritto la storia dai moti del 1818 alla sbarco di Garibaldi in Sicilia.
Vediamo come la vita di questa famiglia si lega alle vicende storiche, come di figlio in figlio i Florio acquistano potere, ricchezza, rispetto, che è la cosa più difficile da conquistare a Palermo. Soprattutto se lavori, lavori tanto, lavori bene e diventi scomodo. Perché se puzzi di sudore non meriti rispetto, meriti disprezzo. E Palermo, che sembra fare da protagonista in questo romanzo, ti accoglie ma te la fa pagare. Con i suoi colori e i suoi contrasti. Palermo che ti lega, sia tu bambino, adolescente o adulto. E ti impantana nei sentimenti. Soprattutto al capo dei sentimenti, l’amore. Intenso, turbolento, possessivo. Che sia l’amore di una donna che sacrifica tutto per il marito, che sia l’amore per la famiglia. L’amore di una madre, l’amor proprio, l’amore di un uomo ricco per una donna povera. L’amore per il proprio lavoro, l’amore per la patria, l’amore per la terra e per il mare.

Ma i giorni descritti non si bagnano solo di amore. C’è la caparbietà, la determinazione, l’ostinazione ad andare avanti sempre e comunque, c’è il desiderio prendere a morsi un futuro migliore. Anche se gli autunni sono stanchi, gli inverni amari, le primavere lente e le estati insopportabili. Quello che impariamo insieme ai Florio è che la vita è un cerchio dove tutto cambia e tutto torna, tutto torna e tutto cambia, e così gli autunni diventano riposati, gli inverni dolci, le primavere veloci e le estati sopportabilissime.

E nel ciclo della vita gli umori modulano. Lo sentiamo nel timbro di un dialetto che, dentro al soffio di un dittongo impronunciabile, restituisce un respiro caldo:

Guardati stu’ figghiu
guardati quant’è beddu
dormi dormi
dormi cuntentu
cà chista è l’ura
chistu è lu momentu
e veni, veni sonnu
e veni pigghiatillu
a stu’ figghiuzzu meo piccilirillu.

Questa è la Sicilia della Auci. Un canto di ninna nanna, di nostalgia perenne.

Con la pioggia  che strappa i brividi dalla pelle.

E i fruscii delle stoffe, i dispetti dei pizzi, i rettangoli di cielo, le albe di miele, il traffico di uomini, il sole tra un palazzo e l’altro e la biancheria stesa, le rughe macchiate dal tempo, l’ombra del dolore nel petto di una donna, la puzza di zolfo che diventa odore di oro, l’oro del diavolo.

Con la virilità dei maschi e la forza stizzita delle donne, le solitudini delle carrozze, i tramonti nelle tonnare, il silenzio di chi ingoia sangue e canta vino. E dopo ogni caduta nel fango, si rialza e blùf, salta nel mondo con gli occhi contenti e il sorriso.

Un mondo che è tutta la Sicilia. Una Sicilia che è tutto mondo.

Sicilia di rabbia, di collera e di speranza. La speranza che si trova nella saggezza dei detti popolari per cui chi semina tempesta raccoglie vento, in generale chi semina raccoglie e, dico io, chi semina conchiglie raccoglie perle. Come ha fatto la Auci. Che ha raccolto perle e perle ci ha regalato. E chi con lei ha pulito le conchiglie ha tolto la severità dal mondo, la vita che non perdona, il fiato che manca per un lutto, il morso della tristezza per trovare in fondo il torpore delle onde, l’abbraccio di una madre, capelli che brillano, il sapore di un’epoca con gli occhi di velluto.

Dentro al museo siamo stati tutti Vincenzo Florio e, se il resto del mondo è terra infida, Giulia è stata il nostro mare.

Salutiamo i leoni, adesso. È giunto il momento.

Salutiamo la Sicilia.

Salutiamo i bambini che sono diventati uomini, le donne che sono invecchiate, chi è diventato nonno. Salutiamo i nuovi palermitani che hanno perso il suono della Calabria. Salutiamo le apparenze. La nebbia del tempo.

Torniamo a casa nostra, con i polmoni pieni d’aria, gli occhi gonfi di lacrime, le labbra allungate di sorrisi, la pelle morbida e i capelli profumati. E il cuore caldo. E la vita che insieme a I Leoni di Sicilia è arrivata troppo veloce a pagina 430.

Collaboratrice
Toglietemi tutto ma non le mie mani. Mi servono per toccare. Almeno tre cose una volta al minuto: foglio e matita, i tasti bianchi e neri di un pianoforte, i corpi. Il mio è un po' strano: cuore cervello e pancia sono un unico organo altezza bocca e con questo ci scrivo, ci suono, ci mangio la vita. Sopra la bocca non ho che gli occhi dell’arte. Se mi cercate mi trovate qui dentro: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Foglie a forma di Sicilia che fluttuano perennemente sul pelo del mare.

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1 Comment

  • stefania auci , 6 Giugno 2020

    Grazie
    Sono parole ed emozioni bellissime che minerano colpevolmente sfuggite. Grazie per le emozioni che mi sono arrivate in cambio e per la musica splendida

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