Breve storia del mio silenzio

Breve storia del mio silenzio è un album di ricordi. «Esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito», direbbe la Ginzburg. Sono momenti cari anche a me che non li ho vissuti. Sono ricordi di cui sono figlia. Ricordi di ricordi… ecco cosa sono per me. Mi suonano familiari perché mi sono stati tramandati dai racconti nostalgici di mia madre e mio padre.

Anche loro, come molti in quegli anni, hanno lasciato la loro terra da giovani, richiamati dall’“illuminismo milanese”. Ma soprattutto, come nel romanzo di Lupo, anche le loro storie, quelle di quando erano bambini, sono popolate da stufe al cherosene, tipografie e zii, molti zii che dall’“Alta Italia” tornano per l’estate, si riuniscono seduti in cerchio sul ciglio della strada, e chiacchierano con accenti un po’ meno del sud di quando sono partiti. E poi ci sono i treni: vagoni pieni che attraversano l’Italia da nord a sud e tracciano la geografia di quel tempo.

Giuseppe Lupo tratta con molta cura i luoghi. Si parte da quella Lucania spesso dimenticata, ma che nel romanzo è quasi una co-protagonista. È una terra a cui manca qualcosa per definirsi moderna, ma che allo stesso modo non può dirsi arretrata. La Lucania dell’infanzia di Lupo è infatti, in primo luogo, quella del circolo culturale La Torre. Il circolo che parla la lingua del padre di Lupo e degli intellettuali italiani che vi sono invitati.

E si arriva poi a Milano. Una Milano dalla pioggia capace di pulire la coscienza, accogliente in quanto terra dei libri. Milano apre una seconda fase della vita di Lupo, quella degli studi universitari e della perseveranza che richiede la scrittura – a mio parere però meno coinvolgente della prima.

breve storia del mio silenzio
Casa degli Atellani a Milano.
Atella (Basilicata) è il luogo di nascita di Giuseppe Lupo

Breve storia del mio silenzio è dunque la storia di Giuseppe Lupo. Non propriamente un’autobiografia, forse più un romanzo di formazione. È un puzzle. Conosciamo la figura finale, il risultato, ma dobbiamo mettere insieme i pezzetti per comporla. Sono pezzetti che coinvolgono tutti i sensi. Sono fatti di suoni come il ritmo delle gocce di pioggia, uguale a quello della macchina da scrivere del padre; di sapori: la liquirizia delle caramelle Golia “cacciate” dalle tasche della bisnonna la domenica; di squarci come il terribile terremoto del 23 novembre 1980 – tragedia da cui non si torna indietro e quindi «dobbiamo inventarci un’altra vita».

Ogni pezzetto è stato attinto con cura dalla memoria di Lupo aiutandolo a comporre la sua immagine di uomo; un uomo che si definisce completo solo quando tiene tra le mani non una figlia, bensì un libro:

Il mio libro, quello che cercavo di scrivere da quando ero nato e per il quale avevo abbandonato il mio Appennino.

I pezzi di un puzzle a volte però mancano, non si trovano. Capita. Come è capitato a Giuseppe Lupo che, a soli quattro anni, perde le parole. Nasce sorellina, «Il mondo non appartiene più a me», ed ecco che inizia la breve storia del suo silenzio.

A dire il vero, mi sarebbe piaciuto saperne ancora di più, del suo silenzio. O meglio, mi sarebbe piaciuto leggere le strategie che la mente di un bambino, concentrato di risorse e di fantasia, può adottare per affrontare un così grande problema, scaturito da un così repentino cambiamento del suo mondo ordinario.

breve storia del mio silenzio
Giuseppe Lupo, candidato al Premio Strega 2020 con Breve storia del mio silenzio

Avrei voluto anche conoscere meglio il rapporto di Lupo con sorellina, di come si è evoluto nel tempo. La nascita della sorella innesca la narrazione, è una crepa profonda nella vita del piccolo Lupo, quasi come il terremoto. Nel corso del romanzo, tuttavia, non sono riuscita a darle un volto, una personalità o una voce – cosa che invece sono riuscita a fare molto bene con la madre e il padre, entrambi maestri di scuola elementare ma ben caratterizzati da due diverse idee di pedagogia, due modi di approcciarsi alla vita. Ed è strano – forse anche un peccato – che una figura così centrale sia così sfocata. In questa storia di ricordi è come un ricordo a cui manca qualcosa. Ed è qualcosa che manca anche a me per apprezzarla più a fondo.

Una delle poche scene in cui sono riuscita a trovare quello che mi aspettavo – ed è infatti una delle mie preferite – è quando lui e la sorella si trovano a giocare su un plaid steso a terra, «come su una zattera che vaga sul mare». È il loro momento di massima intesa, quell’intesa tutta particolare, tutta difficile da spiegare agli altri, che si raggiunge solo tra fratelli e sorelle e che secondo me, vale sempre la pena di raccontare.


breve storia del mio silenzio

Titolo: Breve storia del mio silenzio
Autore: Giuseppe Lupo
Editore: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2019

Collaboratrice
Sono Martina e da sempre sono un po’ confusa. Sono nata a Monza ma in casa mia si parla dialetto siculo e si mangia pasta a forno. Sono quindi monzese? Ho studiato economia ma poi mi sono dedicata al volontariato internazionale. Sono quindi un’economista? Ho solo due certezze, l’amore per i viaggi e per le storie.

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