Il circo di Charlie Chaplin (1928)

Il circo di Charlie Chaplin

E di tutti quelli che si scoprono artisti perché non hanno saputo adeguarsi alle regole

La storia dell’arte conta moltissimi artisti che, non essendosi adeguati alle regole dei vari movimenti, sono stati considerati incapaci e solo dopo tempo si sono scoperti dei geni rivoluzionari. Questo perché l’arte è qualcosa di complesso che si trasforma e muta nel tempo e non può essere contenuta negli schemi prestabiliti dei canoni e delle correnti che si sono succedute nei secoli. Gli occhi di un artista guardano liberi il mondo che li circonda e ne fanno qualcosa di bello, che va oltre le consuetudini, la noia delle ripetizioni, e rimane unico. Perciò troviamo nella storia di certe opere il fatto di essere state scartate, messe da parte e stroncate dai critici. Opere che adesso guardiamo con meraviglia, che non ci stancano mai perché c’è sempre qualcosa che sfugge, qualcosa al quale non riusciamo a fare l’abitudine. Solo le menti libere degli artisti hanno potuto aprire le strade a qualcosa di diverso, a un cambio di direzione, a nuovi modi di espressione.

Un esempio su tutti è quello di Van Gogh: incompreso dai critici e dai suoi colleghi, è stato additato come pazzo e i suoi lavori erano poco conosciuti e disprezzati. Le sue opere furono riscoperte solo dopo la sua morte (soffriva di disturbi mentali e si tolse la vita a trentasette anni) e hanno influenzato l’arte del XX secolo.

Qui ci sono alcune opere di artisti che non sono state comprese dai critici del tempo.

L’arte, dunque, è qualcosa che è in continuo movimento e non è possibile delimitarla a schemi prestabiliti. Il pensiero che c’è dietro a Il circo di Charlie Chaplin (1928) è lo stesso: questo film, di cui tra l’altro ai tempi pochi hanno capito l’intento, è un piccolo capolavoro del cinema muto ed è anche una denuncia alle industrie cinematografiche che in quegli anni cercavano di intrappolare il talento del regista.

In questo film, inizialmente, Charlie si trova ad essere un ladro che deve scappare dalla polizia. Arriverà, dopo svariate corse e rincorse, in un circo. Qui trova subito un lavoro, perché c’è una cosa che sa fare davvero bene: far ridere. Con la sua goffaggine, con la sua ingenuità e il suo poco equilibrio, scatena l’entusiasmo di un pubblico stanco di vedere ripetute sempre le stesse scene.

Charlie è una rivelazione e il padrone del circo lo assume per i prossimi spettacoli. Innanzitutto però, gli fa fare delle prove con i clown. È proprio qui che si arriva al cuore del film: Charlie non è capace di ripetere le stesse azioni degli altri clown addestrati, gli stessi numeri standard con la schiuma in faccia, che non fanno più tanto ridere il pubblico. Charlie è ormai l’unico che ride perché è tutto nuovo per lui e vede con gli occhi di un bambino portato per la prima volta al circo. Sono gli occhi di un artista che guarda le cose del mondo da un punto di vista nuovo e fresco, non consumato dall’abitudine. Charlie non riesce a compiere gli stessi gesti, ma ne fa di diversi, cambia i numeri e ogni volta il padrone del circo non ne è soddisfatto. Vuole che si attenga agli schemi, che per Charlie sono impossibili da seguire. L’artista segue il suo istinto che è una cosa che gli nasce dentro e non viene da fuori: l’esterno è una parte importante per il contesto in cui si muove, ma il suo talento parte da se stesso, perché deve esprimere ciò che sente e ciò che è. Perciò Charlie continua a far ridere il pubblico con la sua naturalezza e a far perdere la pazienza al proprietario.

Nel suo film improvvisa numeri e lo fa sempre sotto l’attenzione del padrone del circo che lo sfrutterà e ne trarrà guadagno, mentre lui sarà solo confuso e affaticato. Chaplin è quindi sballottato tra il pubblico, davanti a cui appare sempre e che brama qualcosa di più pericoloso e nuovo, la prepotenza del padrone e la figlia di cui si innamora, ma che a sua volta è innamorata del funambolo.

Il suo ultimo numero sarà una presa di coraggio e la scena è terribilmente divertente, ma allo stesso tempo tesa: prenderà il posto del funambolo, che nel mentre è sparito, e farà il suo numero. Non allo stesso modo ovviamente, perché Charlie ha tutta una serie di gesti e di movenze che lo caratterizzano: sembra che sia sempre sul punto di cadere giù e farsi tanto male, ma riesce a stare sulla corda anche nelle situazioni più strane (come quando delle scimmie lo spoglieranno mentre lui cerca di mantenersi dritto sul filo) e a difendere ad ogni costo la sua dignità. Riuscirà a completare il numero anche se poi verrà mandato via definitivamente dal circo. Si riscopre a questo punto la generosità e la sensibilità dell’artista: come gesto finale farà sposare la figlia del padrone col funambolo, rinunciando così anche all’amore. Il gesto umano e disinteressato fa parte dei film di Chaplin e ancora una volta lo ritroviamo qui: lo rendono di sicuro un artista completo, capace di arrivare nel profondo.

Il circo di Charlie Chaplin (1928)

Il circo è un film in cui è impossibile scindere le risate dall’amarezza: è proprio di Chaplin creare atmosfere del genere, tutto in un miscuglio delicato di malinconia, sottolineata dalla scelta musicale. La sua arte, che sente tagliata a metà, divisa dalle industrie cinematografiche che gravano sulla sua creatività, costretta a piegarsi e sottomettersi alle volontà di un padrone, è tutto quello che gli rimane quando, alla fine, Charlie deve salutare il circo che va via, seduto da solo in mezzo ad una piazza vuota.

Immagini da Il circo di Charlie Chaplin (1928). Trovate il film completo qui