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Adam e le macchine d’autore

Macchine come me di Ian McEwan ci dimostra che nella letteratura c'è spazio per i robot (e se non c'è, è il momento di darglielo)

Se è vero che è in corso una specie di convergenza tra il concetto di robot e quello di cyborg, questa convergenza è il prodotto di due movimenti distinti. Il primo è quello dell’essere umano che introietta nel suo stile di vita e nel suo corpo protesi digitali, reti e biotecnologie, per compiere una “mutazione antropologica” che lo porterebbe a ridurre la distanza ideale tra materia organica/interiore e materia inorganica/esteriore. Questo è, per l’appunto, il cammino del cyborg. C’è però anche un movimento opposto, quello della macchina che si avvia a ritagliarsi gradualmente un ampio spazio di autonomia decisionale e sviluppa l’abilità di simulare i processi e il linguaggio umani (i bot). Da quest’ultimo lato della speculazione si colloca l’immaginario messo in scena da Ian McEwan nel romanzo.

Macchine come me (e persone come voi) è la storia, per certi versi steampunk, di un giovane uomo che decide di acquistare uno dei primi prototipi di robot intelligenti messi sul mercato. Siamo nella Londra del 1982. In questo 1982 alternativo, dove così poco è cambiato eppure con così enormi conseguenze, alle proteste contro Margaret Thatcher si affianca la produzione di una prima partita di dodici esemplari di umanoidi: gli Adam e le Eve.

Adam non arriva nel mezzo di una battaglia per la sopravvivenza della specie, ma in un tranquillo pomeriggio londinese, seduto al tavolo della cucina, collegato alla presa della corrente. Niente grattacieli e metropoli alla Blade Runner, ma un affascinante ragazzone che a guardarlo così potrebbe sembrare semplicemente addormentato. Sembra la frustrazione di quando tiri fuori dalla scatola il cellulare nuovo e scopri di dover aspettare che si carichi la batteria. Ma con una differenza: questo Adam, dapprima equiparato a un elettrodomestico, una volta acceso e programmato sarà qualcosa di molto diverso. Sarà un bambino, solo, un bambino non umano. Come ogni ragazzo sbaglierà, imparerà, si ribellerà, s’innamorerà, sarà molto felice e a tratti molto triste. Come ogni adolescente, Adam proverà di tutto per adeguarsi al mondo ed essere accettato (to fit in, direbbe McEwan). E fallirà.

Come le macchine ci parlano del nostro essere umani

Scegliendo di lasciarsi alle spalle lo stereotipo del robot come lo abbiamo conosciuto nella narrativa di genere del secolo scorso, McEwan sfocia in una letteratura introspettiva che è un canale di comunicazione con la realtà del nostro oggi. L’Intelligenza Artificiale, dunque, non come un oggetto (un elettrodomestico, si diceva) o un ruolo narrativo (“il cattivo” del primo Terminator) – ma come un personaggio attivo, con una sua trasformazione e un’emotività.

Adam, con la dignità di soggetto, tenta di dialogare alla pari con l’umano e fa esperienza di un mondo creato a misura d’uomo, e quest’esperienza non può essere che fallimentare. In questo aspetto il robot ci parla di noi stessi, di dinamiche come il patriarcato e il colonialismo. In un mondo in cui la grandezza di un popolo si misura attraverso la sua abilità a fare la guerra, una cultura essenzialmente pacifica è destinata a perdere, così come non si misura l’intelligenza di un pesce in base alla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi. La missione di questo robot è appunto aiutarci a superare lo specismo nei confronti di tutte quelle forme di vita con la cui esistenza la cultura dominante non ha ancora fatto i conti, passare cioè da un’umanità rigidamente vitruviana a una composita (femminile, non bianca, disabile, e magari anche inorganica).

Tornando all’immaginario robot, oggi il potere delle macchine non è più quello di mostrarci il futuro e le magnifiche sorti e progressive del capitalismo dispiegato, né quello di metterci in guardia nei confronti della distopia tecnocratica. Oggi il potere delle macchine è quello di dimostrarci fino a che punto possiamo empatizzare con un’altra soggettività, per quanto costitutivamente diversa dalla nostra (al limite di un corpo non biologico, che mette in crisi il modello sociale fondato sulla riproduzione sessuata).

Allora è forse arrivato il momento di mettere da parte l’ortodossia neorealista e cominciare a prendere in considerazione i risvolti della macchina nella narrativa d’autore così come, ad esempio, l’ha usata McEwan. Il personaggio-robot ha tutto il potenziale per essere una figura importantissima in un nuovo romanzo politicamente impegnato. Adam, che guarda al mondo umano con gli occhi dell’alterità, è in fondo un Giovane Holden combattuto tra il desiderio di soddisfare le aspettative e quello di ribellarsi alle regole, e intorno a queste scelta si gioca il nostro futuro.

Alcuni romanzi di Ian McEwan:

Macchine come me, Einaudi, 2019.

L’amore fatale, Einaudi, 2016.

Il giardino di cemento, Einaudi, 2015

Lo scarafaggio, Einaudi. 2020.

Altre cose che vale la pena conoscere:

Saggio: Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo di Donna Haraway, Feltrinelli, 2018.

Film di animazione: Wall-e, Disney Pixar, 2008.

Serie di animazione: Love, death & robots, Netlix, 2019.