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Cosa vuol dire essere umani secondo Lilo e Stitch

Perché a volte capita di provare, anche da adulti, un’irrefrenabile voglia di tornare a guardare i cartoni animati? Forse è perché sono storie in grado di riportare in un luogo familiare che fa sentire al sicuro; o magari per condividerli con qualcuno che non li conosce; o, ancora, può essere per via della capacità che questi prodotti culturali hanno di far riflettere, fra una risata e l’altra, su sentimenti, pensieri e situazioni che sono prettamente umani.

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Lilo e Stitch è un film d’animazione Disney del 2002 che parla di un alieno — Esperimento 626 — che è stato creato in laboratorio e che ha come unico scopo la distruzione. Per questo viene esiliato dalla sua specie ma, per errore, finisce sulla Terra, nello specifico a Kauai, un’isola delle Hawaii. Qui incontra Lilo, una bambina orfana che vive con la sorella maggiore e ha difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei. Lilo lo adotta pensando che sia un cane e lo chiama Stitch; da qui hanno inizio le loro avventure — o meglio disavventure — che rischiano di far tornare Stitch sul suo pianeta originario in balia di creature che vogliono ucciderlo e Lilo in mano agli assistenti sociali, sottratta alla sorella.

Lilo e Stitch è un incrocio fiabesco fra Frankenstein e il Brutto Anatroccolo con un pizzico di religiosità. Stitch non sa chi lo ha creato né per quale motivo è stato abbandonato; si interroga, con il suo linguaggio buffo e la sua semplicità, su quelle che sono le grandi domande alle quali l’uomo non ha mai saputo rispondere — Da dove vengo? Perché sono qui?

Lo spettatore sa che Stitch è stato creato per distruggere. È stato creato crudele e violento, ma lui cerca di andare contro questa sua natura. Lo fa per amore di quella che lui chiama famiglia, non una famiglia di sangue, non quella che lo ha messo al mondo, una famiglia che nemmeno è della sua specie, ma che lo ha accolto. Oana. Nessuno viene lasciato indietro.

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Ma in fondo, Lilo è come lui: messa da parte, additata e derisa perché è una bambina molto vivace. Lilo e Stitch si incontrano, due diversi, si trovano. E insieme alla sorella di Lilo, che impara ad accettare il piccolo alieno, creano una famiglia.

Stitch è sotto tanti aspetti molto umano e con la semplicità e la leggerezza di un cartone animato ci parla di paure, domande e sentimenti tutti umani.


Ho creato 626 per distruggere ma ora non ha niente da distruggere. Non ho mai dato lui uno scopo più alto. Che cosa si prova quando non si ha niente, nemmeno dei ricordi a cui aggrapparsi, ed è notte fonda?

– Jumba Jookiba, creatore di Stitch

A questa domanda risponde proprio Stitch. Durante la sua prima notte a casa di Lilo, dopo un biberon di caffè, non riesce a dormire, quindi prende in mano un libro, proprio la fiaba del Brutto Anatroccolo, e se lo fa leggere da Lilo. Leggendo quella storia, che è anche un po’ la sua, forse si sente meno solo e si addormenta abbracciato al libro. Quando non abbiamo niente a cui aggrapparci – sembra dire Lilo e Stitch – nessuna risposta, ci sono storie che sembrano parlare proprio di ciò che stiamo provando, storie a cui possiamo sempre tornare.

E questo film è una di quelle storie. La cosa che rende i film come Lilo e Stitch dei classici è che ci parlano a tutte le età e c’è sempre un personaggio in cui si può vedere un riflesso, anche vago, di come ci sentiamo. È costruito a strati, qualcosa fa ridere i bambini e parla a loro, qualcosa fa l’occhiolino agli adulti.

Guardare Lilo e Stich è sempre un ritorno a casa.

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