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La nuova stagione

La valigia nelle cappelliere in alto, lo zaino incastrato sotto il sedile. Il finestrino graffiato, una voce che annuncia la partenza imminente e poi, scusi, le spiace se sposto il suo cappotto? La stazione alle spalle, il binario che prosegue un poco e poi si ferma pure lui, senza preavviso, con un taglio netto come quello che hai dato tu. E le case, i campi, le colline morbide che si allontanano, con esse la tua infanzia e la vita come l’hai conosciuta fin ora. Senti lo stomaco contratto, non sai se sia per la nostalgia di ciò che hai lasciato o per l’eccitazione di ciò che ti aspetta. Le partenze sono un po’ questo, soprattutto quelle definitive.
La nuova stagione è la storia di un ritorno a un posto che ha smesso di essere casa.

Nadia e Olga sono due sorelle che tornano al paese d’origine per vendere i terreni in cui sono cresciute e hanno ricevuto in eredità alla morte del padre. Grazie a una serie di flashback, impariamo a conoscerle, queste due sorelle. Ci addentriamo nel loro passato e scopriamo che Nadia ha vissuto a Londra ed è una musicista, che Olga ha una passione per il design, che entrambe hanno amato uomini che le hanno tradite e deluse. Passo dopo passo, ricostruiamo i passaggi che hanno portato all’estate secca in cui comincia il romanzo e alla difficile decisione presa dalle due donne: liberarsi di una terra e delle spese e problemi burocratici che essa comporta e, al tempo stesso, strappare le radici che le tengono legate a un posto che, nonostante la lontananza e i cambiamenti profondi, sentono ancora proprio.

E lei, che veniva da una famiglia di proprietari terrieri (…) si trovava a fare i conti non solo con la materialità dei suoi beni, ma anche con i ricordi dell’infanzia, con la vita di tante persone che avevano lavorato insieme a lungo e con l’alternarsi di stagioni, più o meno floride, più o meno dense, che avevano governato quei luoghi come un regno. Ma di chi erano quei luoghi? Di chi li aveva accuditi o di chi li sentiva suoi per esserci nato e cresciuto?

La Valferonia non esiste davvero, ma è rappresentativa di un territorio specifico ai piedi dei monti Sibillini, un luogo di memoria agricola che vive nelle mani callose dei contadini e da cui i giovani scelgono di andarsene per cercare qualcosa di diverso. Nadia e Olga, durante il processo della vendita, devono prima riscoprire quel posto, comprenderlo, studiarlo in ogni ettaro, capire dove sono posizionate le falde acquifere e in che condizioni sono quelle palme di cui loro padre non si è mai voluto liberare e che rischiano di essere attaccate dal punteruolo rosso. Devono appropriarsene per poi lasciarlo andare e riprendere confidenza con tutto, a partire dai contorni geografici per arrivare a una lingua dalle inflessioni dialettali precise che non trova più spazio nella loro sintassi cittadina un po’ mischiata con l’inglese.

Le lingue di questi posti, insomma, funzionano così. Devi masticarle, altrimenti non ti raccapezzi. (…) E per comunicare con la gente del posto, e seguire queste vicende, un po’ di fermano e un po’ di ascolano e pure un po’ di abruzzese bisogna orecchiarli. Anche nella pronuncia, nella cadenza. Ti devi adattare. Alla lingua e alla mentalità. O, come si dice, a lu genius loci.

Il mondo contadino è basato su una concezione patriarcale, le sorelle lo sanno da quando il padre le ha pregate di non iscriversi a nessuna facoltà di agraria all’università. Non è un posto per donne, quello, e lo capiamo anche noi dal modo spiccio con cui i contadini si rivolgono a Nadia e Olga, dalle battutine sessiste dei proprietari terrieri, dalla paura che le sorelle hanno nel girare da sole nei campi. Ne abbiamo conferma quando, con una digressione a tre quarti del romanzo, ci viene raccontato dell’assassinio di una donna, un fatto di cronaca locale di quelli che passano di bocca in bocca e, col tempo, assumono i contorni smussati, a metà tra un racconto popolare e una favola da raccontare ai bambini troppo vivaci per spaventarli. Una donna sola assassinata nella campagna, a cui le sorelle ritornano con estremo orrore quando sentono dei fruscii nell’erba alta o quando si convincono che una macchina le sta seguendo, perché consapevoli di non essere al sicuro semplicemente per il loro essere donne.

la nuova stagione

Secondo me è questo il cuore del romanzo: un ambiente dichiaratamente patriarcale in cui vediamo muoversi solo donne. Donne non stereotipate e sfaccettate, tutte, dalle protagoniste alla madre, dalla vittima morta tra i campi alle tre ragazze appena uscite da un manicomio che, pur essendo figure marginali, sono ben delineate e tengono in piedi uno dei passaggi più intensi e vivi del romanzo.

Silvia Ballestra ci racconta di un territorio che lei evidentemente ama con profondità, al punto da riuscire a coglierne con precisione i difetti e le problematiche e da riportarli con schiettezza, insieme alla dolcezza dei paesaggi e alle leggende che li caratterizzano. Ci racconta di tradizione e di una terra solida ai margini del tempo, nonostante i terremoti che continuano a scuoterla. Ma, soprattutto, ci racconta di tante donne, diverse, tradite e deluse, che si rimboccano le maniche, cercano di capire quando non capiscono e chiedono aiuto quando serve, moderne e prudenti, fragili ma risolute, impetuose come la terra che le ha generate.


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Titolo: La nuova stagione

Autore: Silvia Ballestra

Editore: Bompiani

Anno di pubblicazione: 2019

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