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Schegge in difesa del Diavolo

Come abbiamo inventato, agghindato e poi descritto il Male che è dentro di noi.

Ci piace immaginare che il male abbia un nome e un volto. L’uomo, nella storia, gliene ha dati diversi. Diavolo, Satana, Lucifero, Belzebù, Samael, sono solo i più noti. La cultura cristiana ci dice che il diavolo, conosciuto principalmente come Satana o Lucifero, era un tempo l’angelo preferito di Dio, che è stato cacciato dal paradiso per essersi ribellato e a lui è stato affidato l’Inferno; Satana è l’incarnazione del male, in una visione dualistica che vede al polo opposto Dio stesso, ed è colui che tenta l’uomo e che punisce le anime condannate all’Inferno. Anche altri culti hanno una loro teoria sul diavolo, come l’Islam, il Buddismo e lo Zoroastrismo, che, in maniera similare al cristianesimo, credono esista un essere (diverso a seconda della religione) che incarna il male e che suggestiona l’uomo. Ci sono poi culture in cui la figura del diavolo non esiste affatto, come l’ebraismo e il paganesimo.

Ad essere entrato a far parte in maniera preponderante della cultura occidentale è il diavolo cristiano; per questo, nel folklore popolare e nelle sue narrazioni, è spesso Satana la figura alla quale si fa riferimento, anche se, nella maggior parte dei casi, è rappresentato semplicemente come tentatore che cerca di ingannare e sconfiggere altri personaggi. Ed è esso stesso un personaggio, piuttosto che l’incarnazione del male.

Eppure, ci solleva pensare che un’incarnazione del male in qualche modo esista, che la nostra paura del malvagio debba essere focalizzata, per così dire, in un punto solo. Da sempre l’uomo trova conforto nel dare un volto e un nome alle cose che più teme. Ci solleva pensare, ad esempio, che dietro uno stupro ci sia Satana, come accadde vent’anni fa, in provincia di Modena dove sedici bambini nei comuni fra Massa Finalese e Mirandola vennero sottratti alle famiglie con accuse di stupro e riti satanici. A portare alla luce questo caso di cronaca è Veleno, il podcast di Repubblica, realizzato da Pablo Trincia e Alessia Rafanelli: gli episodi raccontano dei bambini, che uno alla volta iniziarono ad accusare alcuni parenti di crimini indicibili, dei processi ai genitori e delle condanne, di queste famiglie che, nella maggior parte dei casi, non si ricongiunsero mai. I bambini all’epoca raccontarono di gatti squartati e sacrifici di neonati, di cappucci neri e nottate al cimitero. Narrazioni agghiaccianti, alle quali coloro che indagavano sul caso credettero perché reputarono verosimile che dietro un caso di stupro risiedesse il culto di Satana. Nel periodo in cui si verificò questo evento di cronaca capitava spesso che si additasse al satanismo in concomitanza con reati gravi, come racconta anche Nicola Lagioia in una parte del suo ultimo libro, La città dei vivi (Einaudi, 2020), che parla del violento omicidio di Luca Varani ad opera di due ragazzi benestanti. Alcune persone, fra cui il prete esorcista Gabriele Amorth, all’epoca dei fatti sostenevano appunto che i due assassini fossero devoti a Satana, nonostante non vi fossero motivazioni concrete per farlo. Amorth, a sostegno della sua tesi, citava Emilio Servadio:

Quando si vede una perfidia raggiungere apici che non sono umanamente spiegabili, lì vedo l’azione del demonio.

Nel caso di Luca Varani la teoria del satanismo non attecchì, ma nel caso di Veleno sì, e solo anni dopo si scoprirà che i racconti dei bambini non erano veri; alla radice di tutto ciò c’era certo della violenza, ma i genitori erano innocenti e i riti satanici non erano mai avvenuti. Perché i bambini hanno raccontato queste cose? Perché gli psicologi e gli assistenti sociali li hanno spinti in quella direzione con domande formulate male e ricompense mal poste — “se dici la verità potrai andare via”. I bambini hanno dato queste risposte raccapriccianti per compiacere gli adulti. E perché questi adulti avrebbero dovuto forzare una bugia fuori dai bambini? Nessun complotto, nessuno schema, solo era più facile vedere il male in una setta satanica.

veleno podcast repubblica

Ma cosa succederebbe se il Diavolo esistesse davvero e fosse dietro al male che c’è nel mondo, ma il suo volto non avesse le corna, non fosse rosso, ma fosse invece umano? Ci avviciniamo alla risposta con Lucifer, in cui il Diavolo si fa uomo. Lucifer (Fox/Netflix) è una serie televisiva in onda dal 2016 ideata da Tom Kapinos, che ha per protagonista Tom Ellis nei panni di Lucifero, il quale, con sembianze umane, torna sulla Terra, si insedia a Los Angeles — la città degli angeli, per l’appunto — e apre un locale notturno, il Lux. Dopo cinque anni di vita sulla terra Lucifer conosce Chloe, una detective, e, inizialmente con scopi egoistici, la affianca nelle sue indagini: in fondo punire i peccatori è il suo mestiere. Più il tempo passa, più Lucifer rivela il suo senso della giustizia, il suo altruismo e le sue debolezze. Perché man mano che il rapporto fra Chloe e Lucifer si fa più stretto quest’ultimo si fa più “umano”: il suo corpo terreno diventa mortale, sanguina come tutti gli altri, ma solo quando si trova accanto a lei. Lucifer è il Demonio condannato dal padre all’inferno e punito proprio attraverso il suo ruolo di punitore: è costretto a far scontare alle anime dei peccatori la loro punizione per l’eternità, e lui per l’eternità è costretto a infliggere dolore. Ma salendo sulla Terra svela le sue fattezze umane e inizia a interrogarsi su se stesso, sul bene e sul male, sul suo rapporto con il padre (Dio), la madre (che nella serie chiamano The Great Goddess) e i fratelli angeli, in maniera non diversa da come tutti gli esseri umani si interrogano sulle proprie origini, la propria famiglia e il proprio ruolo nel mondo. Addirittura va in analisi da una psicologa, la dottoressa Linda Martin. Questa serie tv affronta il tema del male e della colpa con ironia, con personaggi sagaci ai quali ci si affeziona in fretta.

Cosa succede, però, se ci spingiamo oltre? Se l’ironia alla Lucifer scompare e resta solo dolore? Se un’estate qualcuno pubblica un annuncio sul giornale chiedendo al diavolo di presentarsi a Breathed, Ohio, per poterlo vedere con i propri occhi e arriva un ragazzino? È l’incipit di L’estate che sciolse ogni cosa, il romanzo di Tiffany McDaniel (Atlantide Edizioni, 2020). Un giudice convoca il diavolo e si presenta un ragazzo, circa tredici anni, mingherlino, pelle nera, mani sporche di terra, una salopette sgualcita. Il giudice ha una moglie e due figli, Grand il maggiore, e Fielding, tredicenne anche lui e voce narrante della storia. La famiglia accoglie il ragazzo convinta che non sia il diavolo, anche se lui continua a sostenere il contrario e chiede che lo chiamino Sal — le prime due lettere di Satana e la prima di Lucifero. Nei suoi modi di fare c’è qualcosa di strano, una saggezza antica; eppure, si dicono, è solo un ragazzo. A Brethed scoppia un caldo mai visto, un caldo che uccide le bestie, secca i campi e porta i cittadini sull’orlo della follia. Iniziano a succedere cose strane e sempre più abitanti del paese additano Sal. È colpa sua, È il Demonio, Mandatelo via, ma la famiglia del giudice che lo ha accolto non cede, Sal resta. Parte del paese è convinta che il male di Breathed sia Sal, Satana nella pelle nera di un ragazzo. E il romanzo ti porta con sé in questo viaggio attraverso il male e la colpa, il rimorso; il lettore sa dove sta andando, sa fin dall’inizio che ad aspettarlo alla fine delle pagine c’è solo dolore. Eppure si lascia trascinare da una narrazione melliflua, densa di emotività, segue i fatti e, più ancora, gli esseri umani protagonisti di quei fatti. E pagina dopo pagina comprende dove si trova il male in questo romanzo: il male degli anni Ottanta sono i gay, l’aids, i neri, il male di Breathed il caldo, il male di un uomo la sua vergogna, di un altro un vecchio errore, di una donna la pioggia, di un folle una perdita. È da tutti questi mali che nasce L’estate che sciolse ogni cosa. Perché ogni epoca punta il dito contro qualcosa o qualcuno prima di riuscire a comprenderlo. E perché ogni essere umano ha il suo demonio oltre cui crescere.

Ma se il male è radicato nelle epoche e il diavolo ha tratti umani, com’è l’inferno? La prima immagine che ci viene in mente è quella costruita da Dante, gironi custoditi da demoni e punizioni per contrappasso. Ma, forse, quelli descritti da Tiffany McDaniel e in Lucifer sono più agghiaccianti. Sono molto simili: Sal, in L’estate che sciolse ogni cosa, dice che l’inferno è pieno di porte, dietro ogni porta c’è un peccatore che si trova ad affrontare in solitudine per l’eternità il proprio personale peccato: un deserto, una giornata ripetuta all’infinito. Anche in Lucifer la logica è la stessa, porte e una punizione individuale: la differenza è che in questa serie tv è il senso di colpa del peccatore a determinare il suo più grande peccato e quindi la sua punizione; le anime hanno la possibilità di abbandonare l’inferno in qualsiasi momento, devono solo smettere di sentirsi in colpa, di credere di meritare quel castigo. Eppure, nessuno ne è mai uscito.

Dove si pone, quindi, il confine tra il bene e il male? Se non sta fra Sal e il resto del mondo, allora, dov’è? Forse è tra il polmone destro e sinistro di un uomo, fra la lingua e denti, il cervello e la mano. Sta nella f di frocio e nella n di negro. Sta nel vedere solo quel che si vuole, nel capire sempre troppo tardi.

Ma non è solo questo che dice L’estate che sciolse ogni cosa. Non dice solo che il male sta un po’ ovunque, che a volte lo vediamo dove non è e che a volte non lo vediamo dove si annida; dice anche che l’altra metà del male è il bene.

Mi disse che forse avrei dovuto difendere il diavolo almeno una volta nella vita. Risposi che non sapevo se ne sarei stato capace. Lui mi disse che difendere il diavolo è come difendere un vetro infranto. Quando un vetro è integro è qualcosa di buono. Rotto è il male, viene spazzato via. gettato. A volte troppo presto. Pensa a una finestra, disse Sal. Pensa alla violenza che la manda in frantumi. A tutte quelle schegge per terra. La violenza è riuscita a entrare e ti assale. Rischia di ucciderti, così tu afferri un vetro rotto e lo usi come pugnale. La violenza muore e tu sei salvo. Salvato da un vetro rotto. Non è strano? Essere salvato dal male. Può capitare che non spazzare via ciò che non è buono sia la tua salvezza. Può capitare. chissà. Per questo difendere il diavolo significa difendere il bene che c’è nel male.

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