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Il segno di Venere di Dino Risi

E come ci siamo convinti che ciò che è bello deve essere anche buono.

Viviamo in un mondo in cui la bellezza conta come valore. E no, non dite che non è vero: date una scorsa su Instagram e ne avrete la conferma. Ma è sempre stato così? In realtà sì. Forse prima dell’avvento dei social era un po’ diverso perché non si potevano condividere le proprie foto modificate e quant’altro. Prima o eri bello e attraente, oppure no. Instagram è solo un mezzo che ha abbassato la nostra autostima: siamo bombardati da immagini di persone che vogliono in tutti i modi apparire belle, questo è lo scopo, e ci sentiamo quasi spinti a farlo anche noi. In questi anni poi è nato il fenomeno dell’Instagram face, ovvero un modello di bellezza (femminile perlopiù) basato su dei canoni precisi: canoni che sicuramente non rispecchiano la diversità dei volti e dei corpi e che mettono dentro a un contenitore rigido e stretto la nostra autostima. Se non sei così, il mondo ti accetta di meno o non ti accetta affatto.

Ma da dove nasce tutto ciò? È stato sempre insito in noi, da quando è nata la nostra specie. Siamo schiavi dei nostri geni: per riprodurci cerchiamo di avere il meglio, cosicché possiamo perfezionarci nei secoli. I canoni di bellezza cambiano nel tempo, sono soggettivi, ma da sempre chi è bello è considerato attraente perché simmetria e bellezza sono sinonimi di geni resistenti. Non a caso una persona attraente ha più facilità nelle relazioni sociali e potrebbe avere un maggiore successo nella vita. Stiamo parlando dell’effetto alone, ovvero: il fatto che una persona sia bella influenza il mio giudizio su di lei, che sarà sempre positivo. Ciò che è bello deve essere anche buono.

È questo che dice la scienza, una semplicissima realtà. Che è comunque difficile da affrontare: certo qui si parla in modo superficiale e non si parla di tutto ciò che ci portiamo dentro, un mondo separato. Resta comunque il fatto che chi è nato bello è avvantaggiato. E anche se siamo consapevoli di questa verità, continuiamo a soffrirne. Perché è faticoso confrontarsi col mondo ogni giorno.

Anche Cesira, nel film Il segno di Venere di Dino Risi del 1955, lo trova difficile. È una ragazza sui vent’anni che vive con la cugina, lo zio e la zia in una casa a Roma. Ci sembra già sulle prime una ragazza indipendente, infatti lavora (ricordiamoci che è il 1950 e questa non è una scontata, anzi) e fa discorsi che ci fanno subito tifare per lei: 

Dico che non siamo più nel medioevo, che la donna c’ha lo stesso giro dell’uomo, anche in campo amoroso, perché c’ha la sua indipendenza lavorativa, almeno dalle mie parti! 

Al contrario di sua cugina Agnese, interpretata da Sophia Loren, che non lavora, anche se vorrebbe. Quello che vediamo subito è che le due cugine sono molto diverse fisicamente: perché conosciamo tutti la bellezza di Sophia Loren, che in quegli anni era prorompente, e Cesira è interpretata da Franca Valeri e lei, al fianco della Loren, beh, scompare quasi. Non ci si può far nulla. Cesira ci colpisce però con la sua intelligenza e i suoi modi e ci fa tanta tenerezza quando cerca di tenersi sulle sue, dignitosa, mentre al mondo risulta goffa e insignificante. Chi è che non si mai è sentito così?

Cesira sogna e cerca l’amore mentre lavora come dattilografa alla casa del passeggero (chiamata da Risi la casa del pellegrino), un albergo splendente situato vicino alla stazione Termini, e un giorno decide di andare dalla vicina a farsi leggere le carte. La vicina le dice che si trova proprio sotto il segno di Venere e che incontrerà tre uomini, ma solo uno sarà il suo “fante di cuori”. I tre uomini sono Alberto Sordi (un ladro di macchine che vive con la madre), Vittorio De Sica (un poeta imbroglione e squattrinato) e Peppino De Filippo (un fotografo che è però innamorato di Agnese) e ce n’è anche un quarto, un pompiere che Cesira incontra dopo un incidente stradale.

film Il-Segno-di-Venere di dino risi

Cesira si butta subito in delle uscite serali accompagnata dalla cugina. Come si potrà capire, nessuno di questi quattro e nemmeno nessun altro degli uomini presenti alle feste mostrerà un vero interesse per lei. Tutti cercano di attirare l’attenzione di Agnese, che spesso si infastidisce perché le attenzioni sono accompagnate dalle molestie: c’è un lato cattivo della medaglia, sì, perché non c’è niente di buono negli estremi ed entrambe le ragazze sono portate alla sofferenza, anche se Agnese, più spensierata e ingenua, ci pensa meno. Agnese riuscirà a trovare l’amore, senza però che le siano risparmiate carezze e toccatine indesiderate che la umilieranno, fino a che, durante un colloquio di lavoro, un commendatore anziano non le darà una pacca sul fondoschiena e lei correrà via piangendo, sopraffatta dalle mancanze di rispetto continue e stremanti.

Cesira, invece, riceve invece continui rifiuti e delusioni e gli uomini di cui si circonda non pensano al suo bene per davvero, alla sua personalità, alla sua profondità, come d’altronde non lo fanno con Agnese: la prima impressione, come abbiamo detto, è importante, anche se c’è della crudeltà in tutto questo.

Cesira rimarrà inequivocabilmente sola, il film stesso ce lo dice mentre va avanti e i suoi occhi grandi diventano sempre più spenti e malinconici ogni volta che capirà che nessuno le vuol bene per davvero. Nella scena finale c’è lei che ha perso ogni possibilità: avrebbe voluto scappare, cambiare vita, innamorarsi e invece tutto si è infranto e nessuno pensa alla sua tristezza. Penserà al suicidio, poi cercherà comunque di partire, ma alla fine, come tutti i giorni, corre al lavoro, rassegnata. Corre insieme alle altre impiegate per prendere il bus, dove dentro ci sono i soliti uomini che fanno le solite battute, e lei, Cesira la vediamo dal finestrino che si regge alla sbarra di metallo, il suo cappotto a quadri, il riflesso della città sul suo viso e un’espressione sconfitta che non potremo mai dimenticare.

Questa non è una commedia qualunque, come vorrebbe farci credere all’inizio. E non si potrebbe neanche ridurla nella frase: Cesira è bruttina e Agnese è bella e il film è questo. No. Nel film ci sono due donne che cercano di sopravvivere a un mondo duro, cercando di combattere i pregiudizi, a volte riuscendoci, a volte no. Due donne che chiedono soltanto di essere accettare come persone e per questo amate e considerate. Questo lo chiediamo tutti, come esseri umani, bellezza o non bellezza.

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