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3 marzo 2021

Quando le storie di guerra non sono solo storie di guerra

In culo al mondo di António Lobo Antunes e il fattore umano dietro le narrazioni della guerra

In culo al mondo di António Lobo Antunes, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1996 (ora Feltrinelli), è arrivato fino a noi dal Portogallo grazie ad Antonio Tabucchi — che ha anche collaborato a una delle traduzioni. Mostra un uomo che parla a una sconosciuta incontrata in un bar, le racconta la sua esperienza durante le guerre coloniali portoghesi. L’orrore agghiacciante del fronte impregna le pagine eppure questo libro parla anche di qualcos’altro. Infatti l’incipit non è ambientato in battaglia ma in uno zoo; il racconto si apre con un insegnante di pattinaggio e delle bambine dalle gonne di tulle che disegnano ellissi sul ghiaccio.

La guerra in Angola

Nel 1961 le colonie d’Africa iniziarono a ribellarsi contro l’anacronistico colonialismo portoghese. Per il Portogallo era una guerra persa in partenza, ma nonostante questo il regime conservatore di Salazar scelse di combatterla fino all’ultimo, mandando al fronte molti giovani. Il narratore di In culo al mondo è appunto uno di questi ragazzi, che negli anni settanta è stato inviato come medico in Angola, una delle regioni più a sud dell’Africa.

Il racconto della guerra è un fiume in piena, un flusso di pensieri che si rincorrono e si agguantano. Un flusso che ogni tanto si interrompe per un altro bicchiere di Whisky o di Vodka, per poi tornare a scorrere dolorosamente fra mine, paludi, feriti e paura. I racconti dal fronte sono pieni di dettagli che si amalgamano fra loro e arrivano al lettore in un nauseante blocco monolitico. È crudo, questo libro, e fa male. La schiettezza e la descrittività di Antunes ricordano un po’ quella del suo connazionale José Saramago in Cecità — sebbene quest’ultimo parli di una pandemia. La differenza sta nel riflettore: se Saramago punta un occhio di bue sui dettagli più nauseabondi e disumanizzanti della sua storia, mettendoli in luce uno ad uno, Antunes li allaccia in un flusso.

E sempre come un flusso ci viene raccontata l’altra sponda della guerra da un romanzo come Il libro dei fiumi di José Luandino Vieira. Lo scrittore africano parla dei combattimenti in Angola dal punto di vista di chi la sua casa ce l’ha proprio in quelle terre; ne risulta un romanzo di resistenza e ribellione al colonialismo.

La guerra e le guerre

In culo al mondo, al contrario de Il libro dei fiumi, è il volto di un soldato che combatte e non sa perché. Il narratore racconta di una guerra in cui non crede, di uomini che chiedono a gran voce di essere mutilati pur di lasciare le terre africane e tornare a casa. Per questo non è solo una storia di guerra, ma è la storia di un uomo che è andato in guerra. Di molti uomini che in guerra sono morti, sono rimasti mutilati o hanno perso qualcosa di sé. Di un uomo che, tornato a casa, non riesce a riprendersi dal senso di straniamento.

Ed è questo il filo conduttore che, a rifletterci, collega quasi tutte le narrazioni sulla guerra: la componente umana. Che si tratti di ribelli e patrioti o di soldati costretti al fronte dalla propria nazione a combattere per cause in cui non credono, le narrazioni che li riguardano li pongono quasi sempre al centro delle vicende. Protagonista fra le pagine o sullo schermo difficilmente è la massa informe del combattimento o le strategie che vi stanno dietro, ma quasi sempre è un individuo — o un piccolo gruppo — con la sua storia, le sue emozioni, i suoi desideri e la sua vita che dalla guerra è stata contaminata. Prendiamo ad esempio due classici della letteratura, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio e Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu; nel primo, che è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, al centro del romanzo vi è un ragazzo che vive nelle Langhe e che decide di unirsi alla Resistenza, mentre nel secondo, ambientato nel 1916, protagonista delle vicende è un piccolo gruppo di personaggi, fra cui i memorabili Ottolenghi e Giuseppe Marrasi. C’è poi un’immensa filmografia di guerra in cui i combattimenti sono sullo sfondo, mentre in primo piano e ben a fuoco ci sono le storie di singoli esseri umani. È il caso di Salvate il soldato Ryan, dove addirittura in mezzo a una guerra un gruppo di soldati organizza una spedizione per salvare un solo uomo, o di Storia di una ladra di libri, in cui sullo scenario della Germania nazista prende il sopravvento la storia di una ragazzina che trova conforto nella lettura. La serialità ha meno esempi in merito, le serie tv che parlano di guerra non sono molte, c’è però Generation Kill, una miniserie sulla guerra del Golfo, che agisce nello stesso modo rispetto alle altre narrazioni, focalizzandosi su una singola compagnia di soldati chiamata Bravo.

Le storie di guerra tendono a non essere quasi mai solo storie di guerra, ma ad essere storie di uomini, donne e bambini che subiscono la guerra, qualsiasi sia il loro ruolo all’interno di essa. Gli scrittori e gli sceneggiatori tendono a focalizzarsi sull’aspetto umano perché guardando al singolo, o a una realtà ristretta, sembra paradossalmente più facile capire la portata di un evento simile, il dolore che può causare.

In culo al mondo di Antonio Lobo Antunes

La ricerca dell'altro per alleviare il proprio dolore

In In culo al mondo è particolarmente evidente questa dimensione umana. Il narratore si rivolge alla sua interlocutrice cercando di sedurla, ma non è tanto la volontà di sedurre che traspare, né la ricerca di un amplesso, ma piuttosto il bisogno di calore umano, di qualcuno a cui raccontare di sé per placare il male. Tant’è che, quando i due andranno nell’appartamento di lui e il rapporto sessuale avverrà, il narratore dirà di non volere né poter avere una relazione sentimentale per via della sua età e dei suoi trascorsi; eppure sembra quasi che, sulle prime luci del mattino, al termine del suo racconto sull’Angola, richieda a quella partner occasionale di restare ancora un po’.

Un altro doppio senza ghiaccio? […] Forse, così ci sarà possibile sorridere con la gioia di Socrate dopo la cicuta, ci sarà possibile alzarci dal letto, andare alla finestra e, davanti alla città mattutina, nitida, indaffarata, rumorosa, ci sarà possibile non sentirci perseguitati dai fantasmi impietosi della solitudine, fantasmi i cui volti sardonici e tristi, così simili al nostro, si disegnano sul vetro per prendersi gioco di noi; ci sono disfatte, capisce, che possiamo sempre trasformare in vittoriose calamità.

Il racconto della guerra in questo romanzo è il racconto di uomo che vuole togliersi un peso dal petto che da anni lo soffoca. Fra le righe non c’è respiro, solo fitte, senza punti a capo in uno stile che fa pensare che Antunes rientri fra quegli scrittori — come Garcia Marquez e Saramago — che si sono scordati come si fa ad andare a capo. È una prosa densa che ti porta con sé non solo per il ritmo musicale e avvolgente, ma anche per la quantità sbalorditiva di metafore. Antunes è maestro delle parole e ne usa molte, accavalla metafore diverse per descrivere una stessa cosa, porta avanti un paragone per righe e righe senza farlo risultare ridondante – la guerra, il dolore, l’angoscia non li racconta, li fa vedere. È una prosa sotto un certo punto di vista ostica, ma è così ricca e visiva che quando si ha letto anche l’ultima pagina ci si porta dietro qualcosa del dolore umano di cui è stato scenario un luogo selvaggio in culo al mondo.

Foto di copertina della British Library.

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