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L'archetipo del Trickster

Gli archetipi

La parola archetipo deriva dal greco antico ed è la fusione di due termini: arché — che significa inizio, principio — e typos — che significa modello. È un termine utilizzato in diversi ambiti, come la psicanalisi e la narrativa, facendo riferimento soprattutto a due autori: Carl Gustav Jung (1865 – 1961) e Christopher Vogler (1949).

Per Jung gli archetipi risiedono nell’inconscio collettivo, che a differenza dell’inconscio individuale è innato e comune. Gli archetipi sono perciò delle immagini mentali condivise da tutti, rappresentazioni che categorizzano dei “tipi di essere umano” sulla base di caratteristiche primordiali.

Primariamente gli archetipi sono rintracciabili nelle mitologie, e anzi essi sono definiti a partire dal mito (C.G.Jung, The psychology of the Child Archetype) come:

componenti mitologici che, per via della loro natura di modelli, possiamo chiamare “motivi” [“motifs”], “immagini primordiali”, tipi o – come li ho chiamati – archetipi.

Il loro uso all’interno delle narrazioni, quindi, nasce con la definizione stessa. Quando sono incarnati da figure umane o antropomorfe che hanno caratteristiche psichiche e comportamentali fisse, sono dei “tipi”. Come nella mitologia, anche nelle altre forme di narrazione l’archetipo non è un personaggio, ma una funzione narrativa incarnata da personaggi.

Parafrasando Jung, Robert A. Segal scrive:

La trama del mito non è solo la manifestazione di uno o più archetipi, ma anche il loro sviluppo e la loro interazione. A livello letterale, l’oggetto del mito è un particolare [personaggio], ad esempio Zeus. A livello simbolico, l’oggetto è l’archetipo simbolizzato da Zeus – gli dèi. Le azioni di Zeus simbolizzano lo sviluppo dell’archetipo degli dèi, e la sua relazione con altri archetipi, simbolizzati da Era e altri dèi.

La funzione dell’archetipo in una storia è di far procedere la trama in una certa direzione, seguendo linee contenute nello stesso archetipo. Ad esempio, il mentore aiuterà sempre l’eroe donando insegnamenti e saggezza perché proceda nella sua missione.

Tuttavia non si tratta di una forma rigida e immediatamente riconoscibile all’interno di una narrazione come un romanzo o uno spot pubblicitario. Ogni personaggio può avere in sé diversi archetipi, come maschere indossate e poi cambiate nel corso della trama. Lo shapeshifter o “mutaforma” è il caso limite in cui questo cambiamento diventa esso stesso un carattere archetipico.

L'archetipo del Trickster

Uno degli archetipi più noti è il Trickster, l’imbroglione o buffone (jester), nemico dell’ordine prestabilito e portatore di cambiamento. Il suo ruolo è molto importante: può rappresentare l’elemento comico ma, al di sotto della superficie, è una fonte di insegnamento che spinge gli altri personaggi a cambiare a loro volta.

L’aspetto dell’imbroglio non ha necessariamente un valore morale, perciò il trickster può essere un personaggio positivo o negativo. Se alcuni trickster come per esempio il Joker (Il cavaliere oscuro) sono portatori di caos e ispirano la violenza, altri, come il cinico Dr. House dell’omonima serie tv, utilizzano l’imbroglio per destabilizzare gli altri personaggi, ma lo fanno per fini nobili (come per esempio spingerli a dire la verità sulla malattia che li affligge).

In generale, il trickster sfida le regole della società in cui si trova e cerca di sovvertirle. È irriverente, ironico e sguaiato, mette in scena tutto ciò che è impopolare o addirittura i tabù. Non ha peli sulla lingua e per questo a volte può risultare scomodo, ma il suo ruolo è quello di incoraggiare un cambiamento, di consentire una rappacificazione con qualcosa che è ritenuto inconfessabile.

Nella tradizione

Nella mitologia troviamo già dei trickster piuttosto moderni. Il dio greco Ermes, che corrisponde a Mercurio nella mitologia romana, è colui che accompagna i morti nell’aldilà. Rappresenta il passaggio, l’attraversamento.

Ermes è trickster per la sua storia, oltre che per il suo ruolo: nel suo primo giorno di vita inventò la lira uccidendo una tartaruga, che divenne il suo animale sacro. Quella stessa notte rubò il bestiame ad Apollo, atto che gli valse il titolo di protettore dei ladri. Nel momento in cui venne accusato di furto distrasse Apollo e gli altri déi suonando la lira e ottenne di tenere la mandria in cambio della lira.

Ermes, archetipo del trickster
Diego Velázquez, "Mercurio e Argo" (1659), Museo del Prado, Madrid

L’aspetto del viaggio, l’attraversamento o eremitaggio è spesso presente anche nella rappresentazione che i tarocchi danno dell’arcano maggiore del Matto. In molte figure, lo vediamo vestito come un mendicante, che porta con sè un fagotto, oppure lungo un sentiero, generalmente nei pressi di una scarpata, perché nel suo viaggio, come in quello di Ulisse, un fattore sempre presente è l’instabilità.

Il Matto è imprevedibile, del tutto aperto al cambiamento (in molti tarocchi è la carta numero zero: il principio, la tela bianca). Per via di questa disposizione al cambiamento, il Matto, o la matta, ha un ruolo peculiare nei giochi di carte: può assumere il posto di qualsiasi altra carta. È l’origine di quello che in seguito troveremo rappresentato come il Joker.

L’aspetto comico vero e proprio lo troviamo per esempio in Pulcinella, la storica maschera napoletana. Qui il trickster si presenta nei panni di un servo brutto e goffo, con un lungo naso adunco e una grossa gobba. È allegro e impertinente, furbo e chiacchierone; ama mangiare, bere, e il dolce far niente. Un altro aspetto che Pulcinella mostra esplicitato è quello della polemica: la maschera infatti disapprova la società in cui vive e fa di tutto per sfuggire alla prevaricazione dei ricchi, aspetto che lo avvicina a un altro archetipo, quello del ribelle (come Lucifero o V in V per Vendetta).

Questo ruolo è importante anche nelle fiabe tradizionali. Un esempio fra i “cattivi” è Tremotino, il nano inventato dai Fratelli Grimm.

Un mugnaio si vanta col re dicendo che la figlia è in grado di trasformare la paglia in oro. Quando il re fa rinchiudere la ragazza in una stanza perché muti un cumulo di paglia in oro, lei non sa come nascondere l’inganno del padre. È allora che fa la sua comparsa Tremotino (in tedesco Rumpelstilzchen), che cantando e parlando in rima le promette che trasformerà tutta la paglia in oro se lei, una volta divenuta madre, gli donerà il suo primogenito. La ragazza acconsente e, anni dopo, Tremotino torna, impertinente, a riscuotere il suo debito con un tranello: la ragazza potrà tenere il primogenito se entro tre giorni indovinerà il nome del nano. Tremotino però si tradisce e la ragazza vince.

Antagonista subdolo, buffone dalle cattive intenzioni, Tremotino è stato ripreso da altre narrazioni come il film di animazione Shrek e la serie tv One upon a time.

Trickster moderni

Un altro trickster molto noto è Bugs Bunny, l’irriverente coniglio della serie Looney Tunes. Bugs racchiude in sé gli estremi: è gentile ma sbruffone, acculturato e superficiale, appare maschile ma anche femmineo, è amabile eppure si prende gioco di tutti quelli con cui ha a che fare. Va contro le regole prestabilite con la sua irriverenza, mordicchiando una carota e ripetendo un pleonastico: “Che succede amico?”.

In uno degli episodi che lo vedono protagonista è lo stesso Bugs a dire: “So che questo va contro per le leggi gravitazionali, ma non ho mai studiato legge” – per giustificare il fatto che, per l’ennesima volta, viola indisturbato le leggi della natura. Proprio per queste sue caratteristiche di ribelle fu protagonista, durante la Seconda guerra mondiale, di diverse campagne di comunicazione antifasciste, utilizzando la sua immagine positiva di ribellione e libertà dagli schemi.

Un altro trickster protagonista è per esempio Sherlock Holmes, il famoso detective brillante e sopra le righe. Nei racconti di Arthur Conan Doyle, come nei film e nelle serie tv a lui ispirati (da Sherlock della BBC al più recente Enola Holmes), il suo intelletto e la sua arguzia gli permettono di risolvere crimini di ogni sorta vedendoli come enigmi o giochi per combattere la noia. Per farlo è disposto a rompere le regole, travestirsi, bluffare. Il suo ego lo porta a prendere in giro gli altri: il dottor Watson, che ne narra le avventure, i poliziotti incapaci di Scotland Yard, perfino Irene Adler, di cui sembrerebbe invaghito.

Ma è anche Jack Sparrow di Pirati dei Caraibi. Sparrow disprezza così tanto la società in cui vive da abbandonarla per diventare pirata, ma al tempo stesso disprezza anche i pirati e si considera diverso da loro.

Ironico, irriverente, ingegnoso, riesce a sfuggire alle situazioni più impensabili, il rum è il suo compagno di viaggio, la sua ciurma lo odia e al tempo stesso non riesce a fare a meno di lui. Cambia idea costantemente, si autoproclama infedele ma non sa tradire gli amici. È vento di cambiamento: come Ermes è sempre in viaggio, arriva e riparte. E tuttavia è padrone di sè stesso (o almeno così crede), non è ligio al dovere ma cambia spesso obiettivi. Il suo viaggio dell’eroe è pieno di imprevisti e improvvisi contrattempi, di compromessi e naturalmente di inganni.

Jack Saprrow, archetipo del trickster

Il Joker

Una degna controparte antagonista è il Joker, avversario e nemesi di Batman. Come Sherlock Holmes, anche nel caso di Joker la morale è messa al secondo posto dopo l’aspetto ludico, quasi enigmistico, di organizzare trappole e imbrogli. Eppure esiste anche una componente ideale, ad esempio nel Joker di Nolan, il desiderio di dimostrare a Batman che il male e l’oscurità sono parte integrante degli esseri umani, delle persone comuni come degli eroi.

Joker spinge al limite il comico: il suo personaggio è grottesco e si avvicina alla rappresentazione del clown inquietante di It, ma allo stesso tempo è sofisticato, non chiede di temerlo, ma di temere se stessi. La sua risata è in un certo senso un elemento metanarrativo: Joker è consapevole del potere rivoluzionario della risata, sa di essere un trickster e utilizza il riso quasi come un manifesto delle sue idee sovversive (e infatti la risata è prima di tutto disegnata sul sul viso).

La risata come elemento di disturbo dell’ordine costituito emerge in moltissime narrazioni, si pensi a tutta la satira o a Il nome della rosa di Umberto Eco, dove il riso è considerato così potente da minacciare il domino di Dio. Joker prende in prestito questo elemento e, proprio perché è un personaggio niente affatto comico, sfrutta questa dissonanza per presentarsi come agente del caos.

Partecipa dell’imprevedibilità del Matto, che è declinata in senso politico nel film di Nolan. Il suo “Why so serious?” ha lo stesso tono canzonatorio del “What’s up doc?” di Bugs Bunny. O ancora, nel film di Todd Phillips, l’inquietante raggiunge il massimo perché la risata è la forma esteriore di sentimenti diametralmente opposti. Dalla malattia mentale, all’oscurità dell’odio e dell’egoismo umani, il ruolo di questi Joker è quello di mettere l’eroe o lo spettatore faccia a faccia con lati di sè da cui si fugge. 

Nella pubblicità

L’archetipo del trickster nella in pubblicità è spesso incarnato da un animale (antropomorfo o meno). Tra i lati oscuri che il trickster porta a galla, infatti, ci sono anche tutti quegli istinti considerati “bestiali” che risiedono nell’uomo. La presenza di un animale parlante in un contesto ordinario è di per sè sufficiente a evocare una sovversione del senso comune.

I brand hanno sfruttato questo meccanismo scegliendo animali rappresentativi: non si tratta necessariamente di una mascotte del brand, la sua funzione è piuttosto quella di riconoscere le contraddizioni della società e sovvertire lo status quo tramite l’uso di un prodotto.

Esempi di questi personaggi sono Flat Eric delle pubblicità di Levi’s, l’alieno di Playstation negli spot degli anni Novanta, Carletto di Findus e il gorilla con l’accento romano che si siede al bar e chiede un Crodino.

Questi animali sono dediti alla satira, non si pongono come autorità nel campo del band, non comunicano informazioni né cercano di convincere il pubblico. Il loro obiettivo è far ridere, restare impressi, ma anche posizionare il prodotto come alternativo, leggero, diverso dal solito e fuori dagli schemi.

Il trickster, insomma, comporta un rischio, perché non sempre un personaggio efficace è sufficiente a spostare l’attenzione dello spettatore dalla valutazione razionale di un prodotto. È invece molto più funzionale quando un brand cerca di costruire un’identità riconoscibile, soprattutto con una velata critica del sistema (ad esempio la vita stressante) che fa sì che lo spettatore possa identificarsi anche nell’animale.

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